L’arte è oggetto mutante e dalle forme imprevedibili. Cosicché potrebbe parere strano -forse lo è davvero ma di una stranezza che non esclude una sua estrosa bellezza d’avanguardia- che l’arte si riveli oggi persino in multicolori carte da gioco illustrate, quelle celeberrime e diffusissime dei Pokémon, creature fantastiche che nei trent’anni dalla loro invenzione hanno composto il bestiario favoloso più amplio e suggestivo della contemporaneità oltre a superare le invenzioni di Walter Disney per fama iconografica, diffusione e oggetto commerciale di milionario merchandising, perché Pikachu è ormai più universalmente noto di Topolino.
Carte di un gioco assai complesso e strategico, ostico per i profani come quello del Bridge per chi non l’ha mai esperito, che hanno acquisito negli anni significati extraludici, divenendo oggetto di iperbolico valore collezionistico e al contempo espressione peculiare dell’arte dei loro disegnatori.
Questa visionaria dimensione artistica risulta evidente visitando la mostra «Pokémon 30 anni di Artwork Unici» allestita al Mirmex di Bergamo dal 13 giugno al 5 luglio, dove sono esposte circa duecento carte autografate e disegnate a mano dai loro artisti originali, oggetti di rarità estrema e inestimabili da collezionare, tanto che radunarle tutte insieme è stato un processo più che avventuroso. Non è la prima volta che questo luogo (che prende il nome dalla ninfa trasformata in formica da Atena ma poi salvata da Zeus e origine dei Mirmidoni) fondamentale per il gioco competitivo e fucina di campioni italiani come Alberto Conti, ospita allestimenti vertiginosi: lo scorso autunno il cofondatore Antonio Leone organizzò una mostra mostruosa con 18.600 carte, tutte quelle uscite finora.







