di
Andrea Galli
I genitori: «Così trasformiamo il nostro dolore. Nascerà un'associazione in suo nome per sensibilizzare sul tema della violenza»
Campi di girasole, vigneti, poi una rotonda, un condominio alto e largo, la campana di raccolta del vetro, un vecchio cancello elettronico, infine il deposito di bevande, uno spiazzo assolato sopra cui rotola la polvere spinta dal vento caldo di un’imminente bufera, e il capannone, con gli scaffali, il camion, i bancali. Qui Zoe Trinchero, 17 anni, correva e giocava e rideva e scherzava fin da bimba, qui ha imparato a spillar birra, spostare le casse d’acqua e vino, a preparare gli ordini; qui lavora sua mamma, Mariangela detta Angy, impiegata, nel container che funge da ufficio; qui lavora suo papà, Fabio, fattorino, che gira il Piemonte per le consegne tra locali e case.
L’appuntamento era per le 11, poi è slittato e slittato fino al pomeriggio, nel mezzo i messaggi d’aggiornamento anzi di scuse di Fabio, non richiesti, ovvio: «Stiamo sforando per via del lavoro. E il lavoro è lavoro». Specie adesso. Specie dal 6 febbraio, quando il 20enne Alex Manna, appassionato di moto, intere giornate a sgasare impennando, cresciuto a Montegrosso d’Asti, 13 chilometri di distanza, ha tolto la vita a Zoe, forse dopo il rifiuto di un approccio, di un inizio di relazione, di chissà cosa lo sa soltanto lui, isolato in galera nel timore che altri detenuti lo aggrediscano per appunto l’omicidio di una ragazzina; invano l’avvocato ha tentato di farlo passare per incapace d’intendere e volere; le indagini dei carabinieri non sono concluse.






