Pubblicato il: 26/06/2026 – 12:07

COSENZA A 40 anni, Mirko Bruccini continua a raccontare una storia che sembra non conoscere fine. L’ultima pagina, scritta il 14 giugno, ha il sapore delle chiusure perfette: un rigore al 124’, uno stadio che si ferma, e la Fezzanese che torna in Serie D. Un gesto tecnico e mentale insieme, che per molti è solo un episodio di fine carriera, ma per lui è l’ennesima conferma di una traiettoria coerente, costruita senza scorciatoie.Per chi lo ha visto giocare a Cosenza, però, Bruccini non è mai stato soltanto un centrocampista. Era un ritmo, un equilibrio, una presenza costante che raramente alzava la voce ma quasi sempre alzava il livello della squadra. Passo misurato, intelligenza tattica, piedi educati: un leader non dichiarato, ma riconosciuto da chi vive il calcio oltre le etichette.

Il Cosenza, una seconda casa

È a Cosenza che Bruccini trova una delle sue dimensioni più complete. Arriva nel 2017, quando il club rossoblù è ancora in Lega Pro e la parola “Serie B” è più un ricordo che un obiettivo concreto. In quel contesto, spesso fragile e sospeso tra ambizione e memoria, lui diventa uno dei perni tecnici ed emotivi della squadra.La stagione della svolta è quella della promozione del 2018: playoff intensi, città in fermento, e un finale che entra nella memoria collettiva. Bruccini segna, pesa, accompagna. E soprattutto lascia un’impronta in quella finale di Pescara contro il Siena che per i tifosi cosentini è diventata un simbolo: non solo una vittoria, ma una rinascita. La Serie B, poi, non lo cambia. Lo conferma. Bruccini non si smarrisce nel salto di categoria: resta giocatore affidabile, concreto, capace di incidere anche nei dettagli. Gol, inserimenti, equilibrio. In due stagioni tra i cadetti col Cosenza diventa uno di quei calciatori che non riempiono solo le statistiche, ma tengono insieme le partite. E se il calcio, a volte, tende a dimenticare in fretta, a Cosenza il suo nome resta.