Zavattarello Un altro highlander del calcio di casa nostra. Marco Murriero, portiere di vecchia fama, pur avendo raggiunto il traguardo dei 43 anni, non molla la presa. E dalla bassa pianura (Union Calcio Basso Pavese) è passato alle colline (quasi Appennino) di Zavattarello (Seconda). Murriero, finita l'esperienza con l'Union Calcio, ecco quella con lo Zavattarello. Come nasce questa scelta? «Anno bello ma pesante quello chiuso da poco. Tre allenamenti a Villanterio, più la domenica, più un campionato nel lodigiano, cremonese, con tanti chilometri. Stagione impegnativa e stancante. Per cui è nata la voglia di avvicinarmi un po’ a casa. Lo Zavattarello mi ha convinto, il ds Rodolico ci ha messo molto del suo, facendo una sana ma asfissiante pressione. Ho tanta voglia e sono pronto a raggiungere gli obiettivi che lo Zava si è posto». I portieri hanno lunga vita (calcistica). A 43 anni cosa ancora spinge un atleta ad allenarsi, concentrarsi, scendere in campo ogni domenica? «Direi la tanta voglia di divertirmi, lo stare in gruppo con ragazzi che sono naturalmente tutti più giovani di me, alcuni potrebbero essere miei figli. Questo entusiasmo mi dà la forza di proseguire. Quindi non è un peso allenarmi, giocare, anzi è una gioia». Sei definito un portiere para-rigori. Il solito ritornello: bravo il portiere a intuire e parare, o più colpa dell'attaccante che calcia male? «Negli ultimi due anni ne ho parato solo uno. Nella mia carriera ne ho parati tantissimi, forse ho perso un po’ la magìa. Parare un rigore rientra in una serie di combinazioni. Un rigore parato è più un errore di chi lo calcia rispetto a chi lo para. Diciamo 70% errore giocatore, 30% merito del portiere». Tu però i rigori non solo li pari, ma li calci e li segni. . Il riferimento è all'episodio che consegnò la salvezza al Casteggio in Eccellenza un anno fa. «Il ricordo è ancora molto vivo. A Casteggio sarei rimasto e aver regalato una salvezza in quel modo è stato magico. Mi spiace per la stagione finita da poco. Il Casteggio, anche se sono stato un solo anno, lo porterò nel cuore». Inizio di carriera importante: esperienza in Svizzera, poi Udinese in serie A. Che calcio professionistico era? «Esperienze stupende in Svizzera e con l’Udinese. Ricordo tutte le trasferte, partivamo il giorno prima, prendevamo l’aereo. Poi pullman, scortati sino ai vari alberghi. Dovevi pensare solo ad allacciarti le scarpe e scendere in campo, non avevi altri pensieri. Professionismo allo stato puro». Poi ti sei concentrato dalla D in giù con le squadre della nostra provincia o appena fuori confine. «Quando è nata la mia prima figlia, ho deciso di stare vicino alla famiglia. Ho trovato piazze bellissime. Indimenticabili gli anni a Varzi con il presidente Catenacci che ci ha fatto sentire dei professionisti». Fuori dal campo, la tua vita come trascorre? «Vita normalissima. Lavoro, torno a casa, sto con i miei figli, la mia compagna. Vado agli allenamenti. Mi concedo qualche vizio con cene tra amici. Faccio quello che mi rende felice». Hai ancora sogni nel cassetto da realizzare? «Nel calcio quello che dovevo fare ho fatto. Nella vita sogno di essere sereno. Tutti quelli che avevo da ragazzino si sono avverati. Non ho rimpianti».