Cinquecento aerei statunitensi decollati dalle basi italiane per sostenere l'operazione "Epic Fury" contro l'Iran. È la cifra lanciata da Mark Rutte, segretario generale della Nato, in un'intervista a Fox News, che in poche ore ha riacceso uno dei nervi più scoperti della politica estera italiana: l'uso delle installazioni Usa sul territorio nazionale, e in particolare di una base che da decenni è il vero baricentro di queste crisi, Sigonella.
Rutte ha parlato di un contributo "enorme" da parte di Roma, inserendolo in un quadro complessivo di 4-5mila missioni di volo partite dalle basi europee per sostenere l'attacco di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Una ricostruzione che il governo italiano ha respinto quasi immediatamente, definendola "totalmente fallace" e capace di confondere voli tecnici e logistici con un coinvolgimento operativo che Roma nega da mesi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha precisato che gli aerei transitati per ragioni di manutenzione sarebbero stati circa 200, non 500, e tutti estranei a missioni belliche.
Il braccio di ferro tra Roma e la Nato
Dopo una telefonata tra Giorgia Meloni e lo stesso Rutte, la Nato ha corretto la rotta: una nota ha chiarito che il sostegno italiano avrebbe riguardato esclusivamente "logistica o assistenza tecnica" nel pieno rispetto degli accordi bilaterali, non attività cinetiche. Lo stesso Rutte, intervenendo all'Atlantic Council, ha poi ammorbidito la propria ricostruzione iniziale, riconoscendo che l'Italia avrebbe fatto "quanto previsto dai trattati bilaterali, e nulla di più".











