Processo Karpanthos, il pentimento non genuino di Iervasi, che voleva strumentalizzare la figura di Gratteri, al centro del ricorso della Dda

CATANZARO – «L’avvocatessa dice che facciamo intervenire anche Gratteri». C’è un fermo immagine, nelle pieghe dell’inchiesta Karpanthos, che restituisce intatta l’audacia maldestra con cui la criminalità organizzata tenta, talvolta, di maneggiare le istituzioni a proprio uso e consumo. È il giugno del 2025 quando Luigina Marchio, moglie di Vincenzo Antonio Iervasi – presunto capo del “gruppo di Cerva” finito in manette nel mega-blitz dei carabinieri contro la mafia dei boschi nel settembre 2023 – pianifica un’operazione mediatica clamorosa. Andare in televisione, su Rai Uno, per denunciare le presunte “storture giudiziarie” di uno Stato che non voleva concedere la protezione al marito e al suo nucleo familiare. E farlo portando in trasmissione nientemeno che Nicola Gratteri, l’ex procuratore di Catanzaro, l’uomo simbolo della caccia ai clan, colui che aveva firmato l’indagine prima di trasferirsi alla guida della Procura di Napoli.

«Infama qualcuno vivo»

Un cortocircuito logico e investigativo, ma soprattutto un bluff colossale. Perché mentre la donna immaginava i riflettori del servizio pubblico e la presenza del magistrato più esposto d’Italia nella lotta alla mafia, i carabinieri ascoltavano tutto. Ascoltavano lei e ascoltavano il marito che, dal carcere di Lanciano, utilizzava un telefonino clandestino per concordare una strategia a base di calunnie e imbeccate pilotate. «Infama qualche altro che sia vivo, amó. Non ti fare scrupoli».