Nei motivi della sentenza Karpanthos il disprezzo del boss della montagna verso Gratteri e la “perdurante operatività” della mafia dei boschi
CATANZARO – Il nuovo boss della montagna, Giuseppe Rocca, usava toni dispregiativi nei confronti dell’allora capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, indicato come “zio Nicola Grattericchiu”. Temeva di essere finito sotto la sua lente. E proprio la «lucida analisi del rischio giudiziario» da parte del «vertice indiscusso» della mafia dei boschi è l’elemento di «maggiore allarme» che il gup distrettuale Mario Santoemma coglie nel valutare gli elementi a carico della cosca Carpino di Petronà e del gruppo criminale collegato dei Cervesi, al centro del processo Karpanthos. Il gup ha depositato le motivazioni della sentenza (quasi 1400 pagine) con cui furono inflitte 43 condanne, per quasi tre secoli di carcere, alle cosche dominanti nella Sila catanzarese.
“SCONFINATO MATERIALE INVESTIGATIVO”
Dopo aver esaminato lo «sconfinato e variegato materiale investigativo» raccolto dai carabinieri, il gup giunge alla conclusione della «perdurante operatività» della struttura criminale, con proiezioni in Lombardia, Liguria e Piemonte. I clan di Petronà e Cerva agirebbero però sotto l’egida di quelli del Crotonese. Il pentito Santo Mirarchi, una quota delle estorsioni doveva essere versata alle famiglie Arena di Isola Capo Rizzuto e Grande Aracri di Cutro. Non vi è prova, però, essendo stato assolto, che in un dato momento storico fosse stato un altro elemento di spicco della criminalità organizzata crotonese, il boss di Mesoraca Mario Donato Ferrazzo, il capo della mafia dei boschi. Non è processualmente dimostrato che avrebbe deciso lui le ripartizioni dei proventi estorsivi tra le varie ‘ndrine.







