Un’anima gentile quella di Niccolò Fabi, non scalfita neppure dalla più infame delle imboscate che la vita ti possa tendere. Non sappiamo come ne sia uscito, né mai ci permetteremmo di chiedergliene conto ma ci siamo fatti l’idea che, più del “potere salvifico della musica” (qualsiasi cosa questo significhi), abbiano potuto la gentilezza e la generosità, che quasi sempre vanno di pari passo. La Strada conduce a Susa dove, nell’ambito di “Borgate dal Vivo”, Fabi suona all’Anfiteatro Romano, domenica 28 giugno alle 21,30 accompagnato dai fidati Roberto Angelini, Alberto Bianco, Filippo Cornaglia, Augusto Giorgini e Giulio Cannavale. Niccolò Fabi, dopo quasi 30 anni di carriera si sale sul palco per mestiere o la brace, sotto la cenere del tempo, è ancora rossa? «Mi è capitato in dote questo tipo di linguaggio e non potrei permettermi, neppure lo volessi, di propormi al pubblico in maniera distaccata, unicamente col “mestiere”. Le persone si aspettano da me un certo tipo di vicinanza emotiva e non offrirgliela sarebbe come tradirli. È da poco uscito il suo ultimo album “Libertà negli occhi”: le canzoni arrivano o bisogna andare a scovarne le pagliuzze, come un cercatore d’oro del Klondike? «Ogni musicista ha il suo rapporto con la creatività. La mia è una sorta di attesa consapevole, come fossi sulla riva di un fiume, guardandolo intensamente nel suo scorrere apparentemente sempre uguale, finchè qualcosa cambia, come se sotto il pelo dell’acqua passasse qualcosa. Ecco, lì è la creatività che si appalesa». Durante la sua carriera, la musica ha vissuto un cambiamento epocale: vinile, cd, download, social. Il suo modo di comporre ne è stato influenzato? «La scrittura va di pari passo con il passaggio delle stagioni della vita e la fruizione della musica è un “di cui” di qualcosa di molto più grande. L’adeguamento ai nuovi linguaggi non mi influenza, non per ragioni ideologiche, ma perché non sento l’urgenza di adattarmi ai nuovi media e la sintesi estrema, figlia di questi, non mi appartiene. Fortunatamente il pubblico, che è la mia famiglia e il mio datore di lavoro, si aspetta qualcosa di diverso, di esente da questo. Altro, invece, è essere presenti nel momento storico che viviamo, del quale darne testimonianza è un dovere».