di Bianca Pestelli
Letteratura e politica, per Burhan Sönmez, "sono due linguaggi che spesso non comunicano". Eppure, nella sua opera e nella sua vita, questo dialogo avviene da sempre. Scrittore, 61 anni e presidente del PEN International, Sönmez riceverà domani a Lignano Sabbiadoro il Premio Hemingway come “Testimone del nostro tempo”, un riconoscimento che lega scrittura e vocazione civile. La stessa tensione che anima Gli amanti di Franz K. (nottetempo), il suo ultimo romanzo: il primo scritto in curdo, la sua lingua madre.
Sönmez, partiamo dalla sua identità: turca o curda?
"Curda. Dopo il colpo di stato militare in Turchia, mi trasferii a Istanbul per studiare giurisprudenza all’università. In quel periodo fui fermato e trattenuto nel famigerato centro di tortura di Istanbul. Al mio ritorno a casa, dopo il rilascio, mio padre sentì il bisogno di parlarmi seriamente. Non era un uomo politico; la sua unica preoccupazione era proteggere la sua famiglia e suo figlio. Di conseguenza, mi disse cose che non corrispondevano alla verità: “Figlio mio, lascia perdere questa causa curda, questa lotta. Siamo turchi, in fondo; in questo paese tutti sono turchi“. Eppure, mentre cercava di convincermi, la lingua in cui parlavamo era il curdo".










