Davide Carrera a 50 anni torna a tuffarsi negli abissi. A competere nell’apnea, con un palmarès di sette record mondiali e ventidue nazionali (i più recenti dell’anno scorso), ispirandosi ai principi di una vita sana e profonda prima ancora nell’anima. «Sono andato a scuola dai Salesiani, sono cresciuto vicino a Castelnuovo Don Bosco, dove è nato il Santo e devo a lui se ho ritrovato le gare», dice. Quando scopre il mare?«I miei nonni avevano una casa ad Andora, vi trascorrevo le estati. Lì ho cominciato a conoscerlo per gioco con la maschera di mia cugina. All’inizio mi terrorizzava, immaginavo i mostri: oggi ho ancora paura, ma la parte in cui mi sento a mio agio si è dilatata. Alla fine, la paura è tutto ciò che non si conosce: se mi spingo oltre c'è sempre quell'idea del cosa si nasconde un metro più giù». In casa sua si respirava mare?«Tutt’altro. Mia mamma è del Monferrato, una famiglia di viticoltori. Mio padre è un bresciano cresciuto a Torino, faceva il rappresentante di caglio e che credo abbia visto il mare per la prima volta a 20 anni. Abbiamo vissuto a Torino, poi ai miei 8 anni ci siamo trasferiti a Chieri, per essere più a contatto con la natura. Gente di terra». Sport?«Papà desiderava che giocassi a calcio. Ci ho provato, ma le sue aspettative mi creavano ansia: quando mi arrivava il pallone mi bloccavo, avevo paura di deluderlo e mi mettevano in panchina. Sono passato al nuoto». Che vita ha fatto prima di diventare un campione?«Ho studiato Agraria e poi a vent’anni dopo la patente nautica e ho cominciato a viaggiare. Ho fatto regate, ho lavorato nel charter in Sardegna, finché ho smesso: la vela per me era stare in mare, mentre era diventata di moda per gente che voleva stare in porto. Mi sentivo un tassista tra Porto Cervo e Porto Rotondo. Ho comprato un piccolo trimarano e ho fatto il vagabondo dei mari. Ero un po’ in crisi esistenziale».