La fine dell’Homo sapiens, la specie a cui apparteniamo, non sarà domani né dopodomani. Sarà probabilmente tra 10mila anni, sostiene il paleontologo inglese Henry Gee. Nel suo ultimo libro (The decline and the fall of the human empire che in Italia esce da Einaudi con il titolo Storia di una specie, pp. 256, euro 17, traduzione di Carla Palmieri) l’autore muove da un curioso parallelo con il famoso libro dello storico Eduard Gibbon Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano. Ma non si tratta di una semplice e azzeccata parafrasi.

In realtà l’accostamento rivela una verità scientifica perché, come scrive Henry Gee nell’introduzione, «Edward Gibbon non cominciò la sua opera magistrale con la fondazione di Roma, ma quando l’Impero era alla sua massima potenza, ovvero sotto l’imperatore Traiano… Allo stesso modo un gruppo di paleontologi dell’università di Helsinki ha avviato nel 2017 uno studio sull’estinzione delle specie umane che precedono l’Homo sapiens, come l’Homo erectus, il Neanderthal e il Denisova, partendo dal periodo di loro maggiore espansione, sia terrestre che demografica, in un periodo che oscilla tra 50mila e i 25mila anni fa».

I RISULTATI DELLO STUDIO hanno portato alla scoperta che uno dei motivi della scomparsa degli ominidi fu la scarsità della popolazione. I Neanderthal, per esempio, non andavano oltre poche migliaia di individui sull’intera superficie terrestre. Inoltre, i gruppi erano isolati gli uni dagli altri e costretti a riprodursi tra consanguinei. Quest’aspetto ha reso la specie molto fragile e particolarmente esposta ai mutamenti esterni. Da ciò probabilmente la ragione della loro estinzione.