Ho visto che Bill Gates si è fatto una nuova idea, una personale più precisa idea, sul cambiamento climatico. Ha detto che «anche se avrà serie conseguenze, specialmente per le popolazioni dei Paesi più poveri, non determinerà la fine del genere umano».
Quando sento questa formula — la fine del genere umano — sempre mi torna in mente Margherita Hack che in una delle ultime conversazioni in pubblico disse con la massima calma, con una specie di candore, che certo, sì, un asteroide si abbatterà sulla terra. E cosa comporterà? Chiese una donna dal pubblico. «Ma cara, l’estinzione del genere umano». Non sapeva dire quando, ammise. Ma sapeva che sarebbe successo.
Hack era un’astrofisica, aveva dunque sul tema qualche competenza. Non so su cosa basi Bill Gates la sua convinzione del fatto che siamo al sicuro, in quanto specie: di certo avrà amici notevoli a cui chiedere, anche solo alzando il telefono.
Leggo intanto però dall’ultimo rapporto della Società geografica italiana (che annovererei tra gli amici notevoli, se non di Bill Gates almeno nostri: esperti di riferimento) che tra innalzamento dei mari, inondazioni, erosione, pressione demografica e urbanistica nel 2100 — quindi sappiamo quando, in questo caso: fra settantacinque anni — l’Italia perderà il quaranta per cento delle sue spiagge, cioè quasi la metà, e di conseguenza ottocentomila posti di lavoro.








