«Se i rifugiati della M.S. Saint Louis (la nave con a bordo 930 ebrei in fuga dalla Germania, a cui gli Stati uniti rifiutarono l’ingresso nel 1939, ndr) dovessero recarsi a un punto d’ingresso al nostro confine sud oggi, l’interpretazione della maggioranza (della Corte suprema) consentirebbe agli agenti dell’immigrazione di rifiutarsi di prendere anche solo in considerazione la loro richiesta d’asilo, impedendogli fisicamente di entrare sul suolo statunitense». E questo nonostante il Refugees Act del 1980 sia stato approvato proprio affinché «non si ripetessero gli errori del passato».
È UN PASSAGGIO del dissenso che – in segno di particolare gravità – la giudice liberal della Corte suprema Sonia Sotomayor ha letto in aula, per sottolineare la contrarietà alla decisione della maggioranza di consentire all’amministrazione Trump di respingere i migranti al confine sud. In base alla legge americana, giunti al confine i migranti hanno diritto di fare richiesta di asilo e vederla valutata prima di venire ammessi o respinti. La misura introdotta per la prima volta nel 2016 a San Diego e ampliata geograficamente e temporalmente dal primo governo Trump, diventa oggi “costituzionalmente” protetta da una Corte eversiva (il voto 6-3 è avvenuto secondo la ormai consueta divisione fra “conservatori” e liberal) che spinge per un esecutivo sempre più monarchico, senza nessun potere a controbilanciarlo. Il Refugees Act era stato approvato dal Congresso, e la sua relegazione all’irrilevanza di fatto sancisce l’uscita degli Stati uniti anche dalle convenzioni internazionali sul diritto d’asilo.










