«Noi siamo un po’ come i cesellatori, gli orafi, gli argentieri, che prendono un metallo grezzo prezioso e lo rendono bello, adornandolo con florilegi, ma senza tradire mai. Tradurre non è tradire, ma entrare in contatto empaticamente con la persona che hai davanti, che sia uno scrittore, un attore, uno scienziato o un manager. Perché bisogna stare molto attenti a lasciare da parte l’ego del traduttore, io la mia identità la lascio a casa e cerco di assumere quanto più possibile la sensibilità della persona che traduco».È sempre molto generoso, anche nella nostra conversazione a Taobuk 2026, Paolo Maria Noseda, la cui parola ambasciatrice porta il mondo un po’ più in là, con il suo lavoro di interprete. Non solo un interprete specializzato in traduzione letteraria, notissimo a livello internazionale, ma anche speech coach, ghost writer, docente e tanto altro ancora, come vanta il suo lunghissimo curriculum vitae. Voce pensante, Noseda favorisce gli scambi umani con la sua traduzione fluente che vibra in conferenze, convegni, festival e studi televisivi (è la voce ufficiale degli ospiti stranieri di “Che tempo che fa” di Fazio) risuonando, riconoscibilissima, in un magnifico crocevia di note: le note della voce umana con le sue sonorità e i suoi ritmi, cui Noseda regala come valore aggiunto espressività e dizione perfetta. A Taormina ha affiancato il filosofo Bernard-Henri Lévy, i Nobel Esther Duflo e Abdulrazak Gurnah, gli scrittori Jonathan Coe e Jan Brokken, l’artista Anish Kapoor,Paolo, la voce con la quale vesti gli altri, cosa è per la tua vita?«La mia voce è il mio strumento, che io ho coltivato da 43 anni a questa parte indefessamente con uno studio costante. Ma ogni volta che devo prepararmi per un’intervista, per un convegno, per una conferenza, per un festival non mi baso esclusivamente sulla mia voce. Essa è lo strumento sonoro di tutta la preparazione che sta dietro al mio lavoro e che è profonda perché bisogna documentarsi, imparare costantemente, cercare di trovare punti di empatia con le persone da tradurre. Solo così si riesce attraverso lo strumento della voce a dare al pubblico quel che desidera, cioè la comprensione di un personaggio, la sua postura e la sua statura».Se la voce è lo strumento sonoro, la conoscenza della lingua italiana ma anche straniera deve essere profonda«Insegno alla Ca’ Foscari e dico sempre ai miei studenti che se vogliono studiare le lingue straniere, la prima cosa da sapere, profondamente, è la propria lingua madre. La mia formazione è classica, ho studiato il greco, il latino, la storia e sono molto grato a chi mi ha consigliato questi studi, conoscere quelle discipline è importante perché permette di capire una civiltà, di andare alla radice delle parole perché noi siamo dei ponti tra la civiltà che dobbiamo tradurre e quella che riceve il messaggio della nostra traduzione. Io ho avuto la grande fortuna di avere ottimi maestri, avere dei maestri è molto importante; ho ancora dei maestri che seguo perché non si smette mai di imparare. I maestri oggi sono gli scrittori, i poeti, perché una delle sfide più grandi è la traduzione della poesia che è difficilissima».Quali sono le lingue di tua competenza?«Mi occupo di inglese, francese, spagnolo e tedesco. E italiano naturalmente, perché quando vivo all’estero l’italiano diventa una lingua straniera e quindi non solo dobbiamo conoscere la storia e la geografia di un paese ma il suo idioma, con le caratteristiche linguistiche proprie di quella comunità, i proverbi, i modi di dire, le espressioni idiomatiche del popolo, delle persone, perché le nostre traduzioni devono sempre tenere conto di un contesto».E per il tuo lavoro ti occupi anche di linguaggi settoriali«Sono quelli che chiamiamo microlinguaggi. Mi occupo spesso di convegni di medici, di ingegneri, di chimici; ogni settore, industria, commercio, moda ha il proprio microlinguaggio. Questo mi ha permesso negli anni di allargare il mio campo di lavoro e di fare oggi delle attività di consulenza, in tutte le lingue. Infatti, uno dei miei lavori è quello di aiutare le persone ad esprimersi, ad approntare i loro discorsi, a organizzare i contenuti, oppure aiutare un oratore a scrivere un discorso in modo che sia intellegibile a una certa categoria. È quello che si chiama il public speaking, parlare in pubblico efficacemente».Tra i personaggi incontrati, per fermarci agli scrittori, agli artisti, chi ti è rimasto più nel cuore?«Il mio lavoro ha un grande vantaggio, si riesce davvero a instaurare rapporti, anche profondi, con scrittori, attori, artisti tutti; da parte mia c’è sempre molto rispetto, impegno e attenzione, perché spesso queste persone creative, sono, giustamente, gelose del loro lavoro, e quando lo presentano desiderano che le loro parole arrivino intensamente al pubblico. A “Che tempo che fa”, mezz’ora di intervista serve per conquistarti un pubblico, per farti conoscere e se io traduco male le parole degli ospiti, molti dei quali internazionali, i messaggi vengono completamente fuorviati. Mi capita spesso che attori o scrittori, alla fine di un lavoro mi dicano che se anche non capiscono l’italiano, comprendono dalla reazione del pubblico che il loro messaggio è arrivato. Ecco, il mio dovere è questo».Qualche nome di chi ti è rimasto più nel cuore?«Naturalmente ci sono persone con le quali si diventa amici, Patti Smith per esempio, Bono degli U2, Emmanuel Carrère, Paul Auster, Abraham Yehoshua, David Grossman, e anche Susan Sontag che era una grandissima scrittrice e voleva solo me quando veniva in Italia a presentare i suoi libri. Ma anche Giovanni Caccamo è un mio grande amico, con lui ho lavorato per il discorso alle Nazioni Unite, quando lanciò il suo progetto “Parola ai Giovani”. Spesso si crea un legame profondo, è un fatto di sensibilità, di fiducia per ricordare il tema di questa edizione di Taobuk, come con Jan Brokken, un grande, non solo uno scrittore, ma anche un musicista, un pittore, con il quale abbiamo fatto insieme molti tour e siamo diventati amici al punto che lui mi ha chiesto di parlare di Napoli, di Venezia; sono infatti presente con una mia storia nel capitolo di Napoli del suo ultimo libro “La malinconia del viaggiatore” (Iperborea, traduttrice Claudia Cozzi) presentato in anteprima a Taobuk 2026».Spesso si ha l’impressione che tu, per esperienza e sensibilità, sappia già, mentre ascolti e traduci, quello che gli autori stanno per dire. Questo ti aiuta nella traduzione immediata?«Il fatto che le persone percepiscano questa cosa è dovuto a un espediente tecnico, perché io faccio la lettura labiale, è per quello che quando lavoro ho bisogno di un monitor se sono in televisione o, se in presenza, voglio sempre guardare la persona che traduco. Nel secondo caso e parlo della traduzione simultanea, dobbiamo stare accanto e sempre un po’ indietro alla persona. E per non perdere parole, per capire esattamente il significato che quella persona sta dando alla frase, io leggo le labbra, così riesco ad afferrare ciò che vuole dire quella manciata di secondi prima in modo tale da tradurre quasi in tempo reale».Se nella simultanea non scrivi, quando prendi appunti quale tecnica usi?«Quando si fa la traduzione consecutiva, quindi quando si usa un notes per gli appunti, tutti noi interpreti abbiamo sviluppato negli anni il nostro sistema per riuscire a ricordare anche dei pezzi molto lunghi. Ricordo che con David Grossman una volta superammo i 25 minuti di discorso. Certo, ci vuole un allenamento mnemonico, ma anche dei propri espedienti; ad esempio io segno soprattutto le cose che temo di non ricordare, o di cui non sono sicuro di poter ricordare. Ma la cosa più importante sono i collegamenti del filo logico del discorso: cioè il soggetto, il predicato e le parti conseguenti. Mettendole in evidenza nel mio notes riesco a riprodurre tutte le idee, so esattamente cosa viene logicamente una frase dopo l’altra».Hai fatto studi di mnemotecnica?«Il nostro lavoro è memoria, io l’ho fatto all’università dove ho appreso i primi rudimenti e ho imparato il sistema di prendere appunti. Poi ciascuno di noi lo personalizza, ma anche la memoria va coltivata quotidianamente. Riguardo alla simultanea, c’è sempre un grande lavoro di preparazione precedente all’incontro. Oggi siamo grandemente aiutati dai social, dai video, dalla tecnologia; io guardo sempre i video dei personaggi che traduco per capire lo stile, le inflessioni, i toni, o la frequenza delle parole usate. Tutti abbiamo delle parole del nostro vocabolario che amiamo più di altre, quindi io prendo quelle parole e me le tengo in mente. Studio il modo che ha la persona di esprimersi, c’è chi è più conciso, c’è chi è più prolisso, c’è chi usa certi aggettivi, c’è invece chi è un po’ parco di parole».Spesso, come tu ripeti, hai a che fare con persone che parlano inglese ma non sono anglofone«Proprio così. Spesso e volentieri noi dobbiamo agire con una lingua franca che è l’inglese. Quando un tedesco, un francese, un belga, uno spagnolo o un italiano parlano in inglese, ognuno ha un suo modo di farlo, con degli errori che comunemente si compiono e che io cerco di eliminare nella traduzione, migliorandola. Faccio un esempio: ho lavorato molto con Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura, ma lui è turco e quando usa l’inglese è chiaro che il livello di raffinatezza dell’inglese non può eguagliare il suo meraviglioso turco, così cerco di renderlo al meglio quell’inglese, conoscendolo, avendo letto i suoi libri. È un livello in più rispetto alla mera traduzione».Ti dedichi anche alla traduzione di libri?«Sì, ho tradotto parecchi libri, e ho scritto io il mio libro che è “La voce degli altri” (Sperling & Kupfer), ed è stato uno strumento fantastico per capire il grande lavoro, la fatica che c’è dietro un libro: un processo che non ti lascia mai fino alla fine del libro. Quando bisogna tradurre personaggi viventi ci rivolgiamo direttamente a loro, ma quando non ci sono più ci rivolgiamo ad esperti, a critici per capire, per rendere correttamente il loro pensiero».Certo, la traduzione in Italia ha raggiunto un livello altissimo«Sì, è necessario mettere in rilievo questo importantissimo lavoro che ci fa conoscere la letteratura mondiale. Citare chi traduce è d’obbligo. Penso per esempio a Daniel Pennac che cita sempre generosamente la sua traduttrice Yasmina Mélaouah, che rende i suoi libri ironici ma profondi così meravigliosamente. Senza lei Pennac non sarebbe così amato. Il nostro è un lavoro di “transcreazione”, come noi diciamo. Ma, a questo proposito, voglio ricordare che oggi c’è il problema di difendere la qualità della traduzione dall’invadenza dell’intelligenza artificiale. Devo dire di non essere contrario all’uso della tecnologia e dell’AI. Quando iniziai a lavorare i computer non esistevano e quando arrivarono per me fu meraviglioso. Dunque, è utile a maggior ragione adesso che la tecnologia ci permette di approfondire e conoscere meglio, ma come dico sempre ai miei studenti, alla tecnologia e all’AI bisogna affidarsi con discernimento, sempre filtrandola con lo studio. Certo, oggi c’è il timore di perdere il lavoro, perché basta usare l’AI per avere le traduzioni in tutte le lingue del mondo, ma c’è un livello più profondo, ci vuol sempre la conoscenza dell’uomo».C’è qualcosa che oggi ti fa scoprire cose nuove?«Insegno in un corso di inglese multietnico nella facoltà di Mediazione linguistica e sono molto contento di ritrovarmi con studenti cinesi, giordani, arabi, e ovviamente italiani. E anche i miei studenti sono molto contenti di essere in un ambiente multietnico. Una cosa che mi emoziona a livello umano e mi permette di mettere in pratica tutti i giorni la sfida che le lingue sono e costituiscono».