C’è una parola che usiamo ogni giorno come se fosse leggera: cloud. Nuvola. Evoca qualcosa di sospeso, invisibile, quasi senza peso. In realtà, dietro ogni sito web, ogni piattaforma, ogni archivio online, ogni applicazione che utilizziamo per lavorare, comunicare, vendere, donare, informare, c’è un’infrastruttura fisica molto concreta. Server, data center, energia, sistemi di raffreddamento, sicurezza, manutenzione, continuità operativa.

Il digitale non è immateriale. È solo meno visibile. Ed è proprio questa invisibilità a renderlo uno dei temi più interessanti della nuova sostenibilità. Perché mentre aziende, istituzioni e organizzazioni del Terzo Settore hanno imparato a interrogarsi sui materiali, sui trasporti, sulla filiera, sul packaging, molto meno spesso si chiedono quale sia l’impatto ambientale della propria presenza online. Eppure il tema esiste, cresce e diventerà sempre più rilevante.

Secondo l’International Energy Agency, il consumo elettrico globale dei data center è destinato a più che raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh, spinto anche dalla crescita dell’intelligenza artificiale e dalla domanda di capacità computazionale. Non significa demonizzare la tecnologia. Sarebbe una lettura semplicistica e persino sbagliata. Ma significa riconoscere che anche la trasformazione digitale ha bisogno di una governance ambientale, energetica e sociale più matura.