Quando abbiamo a che fare con un servizio di prenotazioni online, un portale della pubblica amministrazione o un chatbot generativo, non ci chiediamo più se sia o meno in cloud: lo diamo per scontato. D’altra parte, l’elaborazione centralizzata delle informazioni è ciò che rende possibile la nostra vita digitale per come la conosciamo. Ma far ruotare tutto attorno a pochissimi provider, lontani da chi quei dati li produce e li usa ogni giorno, non è privo di rischi. Di solito ce ne rendiamo conto quando qualcosa si inceppa, ma ci sono anche criticità più silenti, legate ad esempio alla sovranità dei dati.E se puntassimo su un’architettura ibrida, una rete integrata che si estende dai dispositivi periferici (smartphone, computer, sensori e, in futuro, veicoli autonomi) fino al cloud centrale?Su questo modello – che prende il nome di cloud-edge continuum – ha lavorato un team di ricerca dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del progetto Musa, Multilayered urban sustainability action.Dalla periferia al centro: come funziona il cloud-edge continuumIl cloud lo conosciamo, ed è l’infrastruttura centralizzata che concentra capacità di calcolo e archiviazione in grandi data center. L’edge, invece, porta una parte di quella capacità più vicino a dove i dati vengono generati: nei dispositivi, nelle reti locali, nei nodi sul territorio. Il cloud-edge continuum nasce dall’integrazione di questi due livelli in un’unica architettura distribuita, capace di decidere dove eseguire un servizio in base a requisiti come latenza, affidabilità, sicurezza o disponibilità delle risorse.Nel continuum, un’applicazione non è più vincolata a un solo ambiente: alcune funzioni possono essere eseguite localmente, per ridurre i tempi di risposta o mantenere le informazioni sensibili vicino alla fonte, mentre altre vengono delegate al cloud quando servono potenza di calcolo o capacità di analisi su larga scala. Il suo valore sta nella possibilità di bilanciare prestazioni, privacy e resilienza senza riscrivere i servizi, ma intervenendo sulle modalità in cui vengono distribuiti e fatti dialogare. È l’approccio che può far funzionare servizi digitali complessi che non vivono in un unico luogo, ma si distribuiscono tra dispositivi, reti e data center diversi.Quando è meglio che non tutto finisca nel cloud: il caso dei dati sanitariServizi come quello al centro dello Spoke 2, una delle sei linee di lavoro di Musa, coordinata dai professori Ernesto Damiani e Gian Vincenzo Zuccotti: una piattaforma digitale per la trasmissione e l’archiviazione sicura di grandi quantità di informazioni nell’ambito delle scienze della vita. L’obiettivo? Dare una forma a questi big data, così che possano essere letti anche da sistemi di intelligenza artificiale e machine learning, capaci di tradurre la ricerca di base in applicazioni concrete legate alla nutrizione, alla cura e all’ambiente in cui vivono le persone.“Nel lavoro svolto nel workpackage 1 dello Spoke 2 abbiamo sviluppato, con il contributo di Almaviva, una piattaforma digitale cloud-edge che combina componenti di cloud pubblico e risorse distribuite sul territorio”, spiega Claudio Agostino Ardagna a Wired Italia.Ardagna è professore ordinario presso il dipartimento di Informatica della Statale e coordinatore del workpackage 1 dello Spoke 2: “Per la parte cloud utilizziamo servizi come Amazon Web Services, mentre sul fronte edge lavoriamo anche con una rete 5G privata fornita da TIM e con server collocati presso gli utenti finali”.“L’attenzione principale è stata sulla sicurezza e sulla qualità del dato: in ambito sanitario, per esempio, i dati clinici restano all’interno delle strutture ospedaliere e non vengono mai spostati. Le analisi possono essere eseguite localmente, mentre nel cloud arrivano solo informazioni aggregate, mai il dato primario del singolo paziente”, continua Ardagna. “Quando invece contano soprattutto le performance e i volumi di calcolo, alcune elaborazioni possono essere spostate nel cloud, accettando compromessi diversi sul piano della privacy”.L'eredità del Pnrr: Musa resta come rete di relazioni e competenzeIl progetto è arrivato alla sua naturale conclusione insieme ai primi tre anni di Musa – Multilayered Urban Sustainability Action, l'ecosistema di ricerca e innovazione che ha beneficiato di un finanziamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) pari a circa 110 milioni di euro. Ma l’infrastruttura è stata sviluppata già nell’ottica di poter essere adattata a contesti diversi: l’ambito sanitario è stato un po’ il banco di prova, ma ci sono tanti altri settori chiamati a gestire grandi volumi di informazioni sensibili.Allo stesso modo, anche Musa non si esaurisce certo con la fine del triennio. I fondi del Pnrr hanno permesso di costruire le relazioni tra università, centri di ricerca, imprese e attori pubblici sul territorio lombardo. Una rete che, se gestita con una visione chiara e accompagnata da nuovi partner, può continuare a generare idee, iniziative imprenditoriali e soluzioni per gli spazi urbani.
Il cloud-edge continuum riscrive il modo di gestione dei dati. Come funziona, quando usarlo e (soprattutto) a cosa serve
I dati sensibili restano in locale, quelli aggregati possono essere gestiti in cloud. Nasce così il cloud-edge continuum, sperimentato in ambito sanitario all’interno dell’ecosistema di ricerca e innovazione Musa






