Siamo portati a considerare l’immateriale come un qualcosa che è davvero intangibile in tutto il suo sviluppo. In particolare, ora, parlo di ciò che ha a che fare con l’immenso mondo di internet. Magari fosse così, immateriale. Peccato che, come qualsiasi azione umana, ripeto, qualsiasi azione umana, abbia un impatto sulla Terra. Esempio: inviare una mail può generare da 0,3 a 4 grammi di CO₂ (generata da fonti fossili), mentre una mail con allegati pesanti o inviata a più destinatari può arrivare a 50 grammi di CO₂. Questo considerando l’intero sistema di trasmissione: data center (centri di elaborazione dati), reti di telecomunicazione e hardware. È quello che io chiamo iperoggetto, mutuando il sostantivo dal filosofo Timothy Morton. E un deciso passo in avanti nel campo dei consumi legati a internet è legato all’entrata in campo dell’intelligenza artificiale.

E qui, dato che non mi posso certo definire un esperto, lascio la parola ad un recentissimo studio (3 giugno 2026) delle Nazioni Unite: “Il costo ambientale dell’intelligenza artificiale: impronte di carbonio, acqua e terra”. Come denuncia il titolo dello studio, i ricercatori hanno analizzato tre diverse impronte ambientali: quella legata alle emissioni di CO₂, quella relativa al consumo di acqua (l’acqua necessaria a raffreddare le macchine dei data center) e quella associata al consumo di suolo (per costruire gli stessi data center). Nel 2025, lo studio stima che i data center mondiali abbiano consumato 448 TWh di elettricità: l’equivalente di un paese che si situerebbe all’11° posto a livello globale per consumo di energia elettrica.