In Australia tutti la chiamano da sempre "Pauline la rossa". A causa del colore dei suoi capelli, beninteso, non certo per le sue idee politiche. Da oltre trent'anni - trascorsi sempre ai margini della scena politica di Canberra - Pauline Hanson e il suo partito di estrema destra, One Nation, che predica posizioni sovraniste e xenofobe e spesso anche apertamente razziste, è la voce di quegli australiani che si autodefiniscono "bianchi incazzati". Quando Nigel Farage si occupava ancora di commercio di materie prime e Donald Trump stava espandendo il suo impero commerciale dal settore immobiliare ai concorsi di bellezza, Pauline già predicava il diritto alla supremazia dei bianchi australiani, la remigrazione degli immigrati (specie degli asiatici) e lo stop a tutti i programmi sociali ed economici di assistenza ai nativi, gli aborigeni australiani.
Adesso, la novità delle ultime settimane è che Pauline la Rossa non è più un outsider nel panorama politico australiano, ma è invece tornata in auge per occupare il centro del dibattito australiano con un successo che dice molto non solo sul suo partito, ma anche sul clima politico d'Australia. La sua ascesa si inserisce in un contesto di sfiducia verso i partiti tradizionali, di irritazione per l’aumento del costo della vita e di crescente ostilità verso immigrazione e multiculturalismo, temi che Hanson ha trasformato da sempre nel cuore della propria identità politica.














