I ricercatori hanno dimostrato in uno studio su modelli murini che la carne rossa aggrava i sintomi delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino come la colite, alterando il microbiota e lo spessore della mucosa intestinale.

I casi di malattie infiammatorie croniche dell'intestino (MICI) – come la colite ulcerosa e il morbo di Crohn – continuano a crescere da decenni in molti Paesi, in particolar modo quelli occidentali, e si ritiene che il progressivo aumento del consumo di proteine animali stia giocando un ruolo significativo. Di particolare interesse è quello della carne rossa, come manzo, hamburger, salsicce e affini, inserita nel Gruppo 2A dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC): ciò significa che è “probabilmente cancerogena” per l'uomo, mentre le carni lavorate come gli affettati (prosciutto, bacon ecc.) sono “cancerogene per l'uomo” (Gruppo 1). Il rischio riguarda in particolar modo al cancro del colon-retto (che ha recentemente portato via l'ex calciatore Igor Protti), che secondo gli studi aumenta sensibilmente per ogni 50 grammi di carni lavorate consumate al giorno.

È proprio alla luce di questa associazione con le malattie intestinali che i ricercatori hanno voluto valutare l'impatto di varie diete (compresa una basata sulla carne rossa) sulla salute intestinale di modelli murini. È emerso che i topi alimentati con carni bovine hanno sviluppato forme gravi delle malattie intestinali croniche, mentre quelli alimentati con i piselli hanno mostrato sintomi lievi. Chiaramente i topi non sono persone e i risultati dovranno essere replicati in approfonditi studi ad hoc. Ciò che è certo è che in questi animali la carne rossa altera sensibilmente il microbiota intestinale e il metabolismo degli acidi biliari, due fattori chiave nel catalizzare il peggioramento della colite. A determinare che le carni rosse peggiorano le malattie infiammatorie croniche dell'intestino è stato un team di ricerca statunitense guidato da scienziati del Centro per la Biologia e le Malattie Gastrointestinali dell'Università del North Carolina e del Centro Oncologico dell'Università Stony Brook, che hanno collaborato con colleghi di vari istituti. Fra quelli coinvolti figurano l'Unità di Consulenza Biostatistica, il Dipartimento di Scienze Cliniche della Cornell University e il Centro Nazionale per le Risorse sui Roditori Gnotobiotici. I ricercatori, coordinati da Simon M. Gray e David C. Montrose, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver sottoposto modelli murini di colite (compresi alcuni colonizzati con microbiota umano derivante da malattie MICI) a diversi modelli alimentari basati su carni rosse, uova, caseina, soia e piselli. Per ciascun gruppo di topi alimentato in modo specifico sono stati valutati la gravità della colite, il metabolismo degli acidi biliari, l’integrità della mucosa intestinale e la composizione della flora batterica.