Ogni ingiustizia è una slavina. Se nessuno la ferma, quella prende velocità e diventa sempre più pesante, sempre più pericolosa. Dei quattro poliziotti che hanno ucciso Federico Aldrovandi, il 25 settembre 2005 a Ferrara, nessuno ha pensato di stare esagerando, che fosse il caso di allentare la pressione sul torace di un ragazzo di diciott’anni. Sarebbe bastato un attimo di ripensamento per salvarlo, ma nessuno ha voluto fermare la valanga. Dopo la sua morte se n’è innescata un’altra, quella dei depistaggi e dell’omertà. Per frenarla è stata necessaria una serie di atti di coraggio individuali che hanno permesso alla verità di emergere. Le storie e le testimonianze di chi ha cambiato quel processo sono al centro del nuovo ciclo della docuserie “Nazzi Racconta”. Due episodi in onda il 29 e il 30 giugno su Sky Crime, in cui Stefano Nazzi ripercorre le tappe della vicenda, interpellando medici legali, psicologi forensi, il pm che ha costruito l’accusa Nicola Proto, l’avvocato della famiglia Aldrovandi Fabio Anselmo (lo stesso del caso Cucchi) e Patrizia Moretti, la mamma di Federico.«Mio figlio era appena morto e loro mentivano sapendo di mentire», racconta Moretti ricordando le prime fasi dell’indagine, in cui la polizia si è concentrata sulla pista legata alle sostanze stupefacenti assunte quella notte dal ragazzo. Un filone investigativo poi rivelatosi fallace, visto che il quantitativo consumato non era sufficiente a causare l’arresto respiratorio. Ma all’inizio, nonostante le incongruenze, nessuno cercava testimoni, nessuno voleva fare chiarezza, lasciando spazio a ricostruzioni lacunose. Era questa, come precisa Fabio Anselmo, la strategia comunicativa portata avanti dalla questura e dal Sap, il sindacato autonomo di polizia.Così per molto tempo è stato difficile trovare testimoni disposti a mettere in dubbio quella versione. A segnare una svolta nelle indagini, però, è stato il senso civico di chi forse aveva meno incentivi di tutti a rompere la spirale di silenzi. Una donna camerunense ha visto gli agenti che picchiavano Federico, lo schiacciavano sull’asfalto. Voleva parlare, ma aveva paura, il suo permesso di soggiorno era in scadenza. Si è confessata in chiesa ed è stata poi indirizzata verso un avvocato. La sua deposizione è stata decisiva per l’esito del processo. «Federico è stato ucciso da quattro persone che avrebbero dovuto aiutarlo, le istituzioni hanno coperto l’omicidio», ricorda Patrizia Moretti durante il documentario. «Deve restare l’allerta per i ragazzi e la società civile. Bisogna stare attenti perché sono le persone che fanno la differenza, non la divisa che indossano».Eppure, c’è chi ancora oggi vuole che quella stessa divisa diventi uno scudo. Il governo Meloni ha introdotto nel decreto sicurezza una norma che sottrae gli agenti all’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando agiscono in presenza di cause di giustificazione. Una misura ritenuta fin troppo timida da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che propone l’archiviazione delle indagini entro 72 ore, e che l’uso delle armi non sia più vincolato al principio di proporzionalità. Nel frattempo, la Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza sui depistaggi nel caso di Stefano Cucchi, in cui emerge la volontà di coprire le responsabilità dei carabinieri. Un traguardo processuale dovuto anche all’eredità di Federico Aldrovandi. Il suo, infatti, è stato il primo caso mediatico che ha messo in luce l’omertà sistemica nelle morti di Stato. Un primo coraggioso strappo, che ha permesso di fermare la slavina ed evitare che altre vite venissero travolte da un’ingiustizia.