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Valentina Santarpia

Giovedì 17 luglio Federico, all'epoca 18enne, avrebbe compiuto 38 anni. Il padre: «I nostri sogni spazzati via dalla pazzia criminale degli uomini». Le telefonate al 113, le manette e le botte: la storia dall'inizio

Il telefonino di Federico Aldrovandi squilla a vuoto su una panchina la mattina del 25 settembre 2005. Il suo corpo giace tumefatto, sdraiato supino sull’asfalto, con le braccia allargate che disegnano una croce, così come lo ha mostrato Filippo Vendemmiati nel suo bel documentario, È stato morto un ragazzo. Il papà Lino lo sta aspettando con angoscia, quando intorno alle 11 del mattino vede arrivare due poliziotti al cancelletto di casa. Non è un bel segnale. Chiede, a bruciapelo: «È morto?». E loro non dicono di no.

Sono trascorsi quasi vent'anni dalla morte di Federico, 18enne di Ferrara, incensurato, disarmato, che il 17 luglio 2025 avrebbe compiuto 38 anni. Nonostante la verità giudiziaria sia stata stabilita- e siano stati condannati quattro poliziotti a tre anni e sei mesi per omicidio colposo per eccesso di mezzi di contenimento- la vicenda di Federico resta una ferita aperta per il Paese, ed è diventata il simbolo di una battaglia culturale dolorosa e complessa, sollevando interrogativi brucianti sul ruolo delle forze dell'ordine e sulla gestione della sicurezza.