di Marco Bruna

Sono ormai star di Hollywood e tra gli artisti più amati della musica giovanile, ora sbarcano tutti insieme nei cinema e negli stadi italiani. Come ha fatto la cultura pop di una piccola isola caraibica a raggiungere questo successo? Storia di un viaggio fra nostalgia e resistenza

En Mi Viejo San Juan, Nella mia vecchia San Juan. Prima di Ricky Martin e Jennifer Lopez, molto prima di Bad Bunny, bastava la voce di Noel Estrada a far emozionare e inorgoglire i portoricani. En Mi Viejo San Juan è la canzone della diaspora portoricana, di chi ha cercato una nuova vita e fortuna negli Stati Uniti. È la canzone della nostalgia, della voglia di ritornare a casa, su quest’isola caraibica che fa parte del territorio americano dal 1898, quando venne invasa dalle truppe dell’ammiraglio William Thomas Sampson durante la guerra con la Spagna (il Congresso ha esteso nel 1917 la cittadinanza statunitense a chi nasce a Porto Rico, anche se i residenti non hanno diritto di voto). Nel meraviglioso documentario The Puerto Ricans: Our American Story, il baritono Justino Díaz canta, con le lacrime agli occhi, proprio En Mi Viejo San Juan.

Nel corso dell’ultimo secolo, i portoricani hanno influenzato in modo sottile ma decisivo la cultura statunitense. Il loro contributo al mondo delle arti ha infuso un senso di orgoglio nella comunità: attori come José Ferrer – il primo di origini ispaniche a vincere un Oscar – Rita Moreno, vincitrice di un Egot (Emmy, Grammy, Oscar e Tony, i quattro massimi riconoscimenti dello spettacolo) o Raúl Juliá, musicisti come Tito Puente, da qualcuno ribattezzato il “Frank Sinatra portoricano”, sono il terreno fertile su cui sono nate le star di oggi. A New York, il Nuyorican Poets Cafe di Lower Manhattan, sulla Terza Strada, è diventato un punto di riferimento culturale e una delle testimonianze più significative del contributo portoricano alla letteratura americana.