La polemica

Lorenzo Corazza

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Alta tensione alla Camera durante le votazioni sugli ordini del giorno del piano casa. Ma a far saltare i nervi a Montecitorio stavolta non è stato un emendamento, bensì la grammatica (o presunta tale). L’aula ha ospitato un acceso scontro diretto tra la vicepresidente di turno, Anna Ascani (Pd), ed Emanuele Pozzolo, esponente di Futuro Nazionale.

Il casus belli? Un rigido, quasi provocatorio, “Signor Presidente”. Rivolgendosi alla presidenza, Pozzolo ha optato per il maschile sovraesteso, scatenando l’immediata reazione di Ascani: “Dica ‘signora presidente’, altrimenti va bene presidente”. La replica di Pozzolo non si è fatta attendere, ribadendo il “Grazie, signor Presidente”. A quel punto, Ascani ha risposto con una provocazione speculare, chiamandolo “collega deputata Pozzolo” e richiamandolo all’ordine per due volte. L’episodio della Camera non è che l’ultimo capitolo di una guerra culturale che in Italia si combatte a colpi di desinenze. Da un lato, la destra difende il maschile come baluardo di neutralità istituzionale; dall’altro lato, la sinistra rivendica la declinazione femminile come atto dovuto di visibilità, riconoscimento e promozione della parità di genere. Se è vero che l’Accademia della Crusca riconosce la legittimità storica del maschile per le cariche nate in contesti storicamente preclusi alle donne, è altrettanto vero che i linguisti ribadiscono da anni che forme come “Sindaca”, “Ministra” o “Assessora” sono grammaticalmente impeccabili. La lingua italiana è viva, flessibile e strutturata per accordare il genere al sesso di chi compie l’azione.