Quanto accaduto nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati tra la vicepresidente Anna Ascani (Partito democratico) e colui che, adottando il femminile universale, chiamerò ‘la deputata’ Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale) è stato liquidato da molti come una banale polemica linguistica. Non lo è affatto. Dietro quel botta e risposta è evidente che ci sia qualcosa di più profondo: la difficoltà di una parte del Paese ad accettare pienamente l’autorità femminile e a riconoscere il ruolo delle donne nei luoghi istituzionali. Ascani, che stava presiedendo la seduta, ha chiesto di essere chiamata “la Presidente” al femminile, o comunque “signora Presidente”. Una richiesta del tutto legittima e che segue, banalmente, le regole grammaticali che tutte impariamo alle elementari, tranne i somari, i sessisti, e i deputati di Futuro Nazionale. Tutti aggrappati al ramo di un machismo tanto caricaturale e ridicolo, quanto pernicioso perchè carico di livore.
Dobbiamo però avere pazienza e comprensione per Pozzolo che si è trovato completamente solo contro tutta quella lettera A che fluttuava alla Camera e incombeva su di lui come una spada di Damocle. Doveva essere una A gigantesca e lui si sarà sentito così piccolo per cui si è appellato , sbagliando, all’Accademia della Crusca che da anni, promuove la declinazione al femminile nei ruoli istituzionali e amministrativi.











