Due visioni del fine vita entrano in rotta di collisione. Da una parte la Società italiana di cure palliative (SICP), che traccia un confine netto: le cure palliative accompagnano la persona nel rispetto del “processo naturale del morire”, il suicidio medicalmente assistito quel processo lo interrompe. Due paradigmi distinti, separati, da tenere ciascuno nel proprio recinto. Dall’altra la Consulta di Bioetica, presieduta da Piergiorgio Donatelli, professore di filosofia morale alla Sapienza di Roma, che a quel confine oppone un rifiuto netto: l’assistenza al morire – scrive – è “parte integrante del percorso di cura” e non può fermarsi un passo prima della scelta. È lo scontro tra chi vuole custodire la specificità della medicina palliativa e chi teme che, dietro quella custodia, si nasconda una porta chiusa in faccia a chi chiede di poter decidere della propria fine.

Il contrasto: due paradigmi o un solo percorso

Il Position Paper della SICP difende il pluralismo delle scelte: le richieste di cure palliative e di suicidio assistito – si legge – esprimono “differenti concezioni di dignità che, in una società pluralista, meritano entrambe rispetto”. Ma proprio nel riconoscerle distinte, secondo la Consulta, la società scientifica disegna confini troppo rigidi attorno alle convinzioni delle persone e dei professionisti. La conseguenza pratica è netta: i palliativisti non dovrebbero essere coinvolti nella fase attuativa della richiesta di morte volontaria; chi scegliesse di parteciparvi agirebbe a titolo personale, fuori dall’orientamento della SICP. Per la Consulta questo è un “arretramento”. Il percorso che porta una persona a chiedere il suicidio assistito, sostiene, non è affatto estraneo alle cure palliative: nasce proprio dentro la relazione di cura, dalla pianificazione condivisa, dall’accompagnamento nella sofferenza. Interromperla un istante prima dell’atto finale rende l’impegno a “non abbandonare” il malato – ripetuto più volte dalla SICP – un’affermazione che rischia di suonare vuota.