Milano, 25 giu. (Adnkronos) - Da Genova a San Siro ci sono 143 chilometri. Tedua, per percorrerli, ci ha messo 79 dischi di platino, 39 dischi d’oro e dieci anni di carriera. Stasera è arrivato fin qui. E si è preso tutto, senza lasciare briciole.

È quello che il rapper ligure ha dimostrato sul palco della Scala del calcio, al suo primo San Siro. Quello che per anni gli artisti sognano a occhi aperti e che poi, una volta vissuto, non lo dimenticano più. Per una sera così non bastano solo le canzoni. Servono le radici. Servono i luoghi da cui si arriva e le persone che c’erano prima che tutto questo accadesse. Per questo, sul palco, con lui ci sono anche gli amici. Quelli di sempre. Perché prima di farsi chiamare Tedua, Mario Molinari era solo un ragazzo con un sogno: portare la sua musica ovunque. E prima di riuscirci, prima di arrivare sul palco dello stadio più importante della musica italiana, ha dovuto rimboccarsi le maniche.

Lo ricordano bene i suoi “fratelli” Bresh e Rkomi che, prima di essere ospiti stasera del concerto, sono stati suoi conquilini in un appartamento della Milano ben lontana dai palazzetti e dagli stadi. Lo hanno visto fare quello che fanno tutti i ragazzi della sua età: lasciare qualche faccenda domestica a metà, bruciare qualche piatto di troppo e scrivere barre. Tante barre. Senza saperlo, stavano assistendo all’inizio di una delle carriere più apprezzate della nuova scena musicale italiana. Una scena che, a pensarci bene, ha qualcosa di incredibile.