Come siano andate davvero le cose a Sigonella non credo lo sapremo mai con certezza e forse non è nemmeno così importante. È possibile che gli americani si aspettassero che l’Italia chiudesse un occhio – magari perché abituati così, chissà da quanto – e non abbiano gradito la sorpresa. E può anche darsi che il vero problema non sia stato il caso delle mancate autorizzazioni, quanto la decisione di farlo trapelare alla stampa, per assumere la posa dei duri che non cedono agli americani. Sta di fatto che ieri le dichiarazioni del mellifluo segretario generale della Nato, Mark Rutte, secondo cui dall’Italia sarebbero partiti addirittura cinquecento aerei impegnati nelle operazioni militari in Iran, hanno messo in forte imbarazzo Giorgia Meloni, proprio nei giorni in cui tentava di mettere a frutto la polemica con Donald Trump, come prova della sua indipendenza. La secca smentita del ministro della Difesa, ovviamente concordata con Meloni, e la successiva rettifica di Rutte non cambiano i termini della questione politica.

La tempistica del caso Sigonella e della contemporanea sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele (anche questa una mossa più che altro simbolica, ma comunque una mossa che le opposizioni chiedevano da anni, ricevendo sempre un netto rifiuto) mi porta a pensare che al governo sia sfuggita la frizione, che quella che doveva essere una furbata propagandistica senza troppe conseguenze – vedi la prontezza con cui i cantori della nostra presidente del Consiglio si erano affrettati a parlare del suo «momento Sigonella», rievocando Bettino Craxi e il suo celebre scontro con gli Stati Uniti di Ronald Reagan – si sia trasformata, per imperizia, in un atto di autolesionismo dalle conseguenze difficilmente controllabili per la stessa Meloni.