Un elemento architettonico, oggi semplicemente ornamentale, tipico dell’arredo urbano di campi, campielli e corti veneziani, è la vera da pozzo. Per noi bambini era un punto di ritrovo, d’appoggio dei nostri giochi, come nascondino. Se ne contano oltre seicento e, prima dell’adozione ottocentesca dell’acquedotto, costituivano il sistema di rifornimento idrico di una città che nel tempo aveva conosciuto punte elevate di urbanizzazione, dai tempi delle invasioni della terraferma da parte degli Unni e dei Longobardi fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando a Venezia venne riconosciuto il privilegio concordato di città indenne dalle azioni belliche.

Ma non si trattava di catturare rivoli d’acqua spontanei che sgorgano dal sottosuolo, com’è il caso dei pozzi artesiani: il fondo argilloso della laguna, la veneziana “crea”, che consente la stabilità degli edifici, è del tutto impermeabile. L’unica risorsa è la pioggia, da raccogliere, da filtrare con certe sabbie, e conservare con materiali di rivestimento adeguati, tipo i masegni della pavimentazione e, infine, i marmi pregiati per la vera.

Un lavoro lungo e costoso, a partire da uno scavo preliminare che sfiorava i dieci metri. Se lo scavo trovava qualche ostacolo, per garantire la profondità necessaria si ricorreva a un innalzamento del terreno, come possiamo osservare a campo San Trovaso e a campo Sant’Angelo. L’illuminata amministrazione della Serenissima sapeva, per così dire, andare incontro al popolo, sollecitando i proprietari dei ricchi palazzi a farsi carico dell’impresa nel comune interesse. Certe casate hanno lasciato legittimamente la loro firma. E come anche il mecenatismo crea competizione, a noi osservatori è consentito ammirare una varietà delle fogge delle vere, dei marmi, degli ornamenti scultorei, del linguaggio degli stili che hanno attraversato i secoli. Oggi sono prosciugati, sigillati con coperchi metallici o murati, ma non è difficile ricordarli sormontati da una carrucola e una massaia che con una mano tiene la catenella tesa e l’altra afferra il secchio pieno, ancora gocciolante, appena emerso.