Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Il corpo dei ricchi non è biologico: è un progetto semiotico, una superficie addestrata a parlare. È un corpo costruito, educato, disciplinato: un organismo simbolico che comunica appartenenza come un segnale Morse di cashmere. Lo studioso Nicola Squicciarino ha scritto che “l’abbigliamento trasforma il corpo biologico, percepito come un’opera incompiuta, in una figura culturalmente significativa”: ed è precisamente questa la funzione delle élite, completarsi nell’apparenza, diventare figura. La cura dell’apparire non è vanità, ma politica: la prima e più raffinata barriera non tariffaria, il filtro invisibile che separa chi accede da chi resta a guardare. In questa liturgia dell’eleganza, Mark Andrew Kelly è il gran sacerdote.

Dublinese con un passato da Céline e JW Anderson, oggi scrive e interpreta, tra le altre cose, i dress code dei club più esclusivi di Londra. «Dopo la pandemia, l’esperienza unica è diventata un nuovo tipo di lusso», racconta, «abbiamo creato guardaroba che trasportano le persone a Versailles, allo Studio 54, al Carnevale di Venezia». I suoi codici vestimentari sono romanzi brevi senza trama, ma con un climax preciso: la soglia del potere. Oscar Wilde l’aveva capito più di un secolo fa: “Solo le persone superficiali non badano alle apparenze”. Se il corpo d’élite è un testo, abiti e accessori ne sono l’alfabeto. Niente viene lasciato al caso. Una giacca, un profumo, un muscolo tonico o una pausa calcolata prima di parlare: tutto è linguaggio.