SACILE (PORDENONE) - Le recenti ondate di maltempo hanno per fortuna solo sfiorato il sacilese. C'è stata però una notte in cui abbiamo rischiato parecchio. Tre diverse celle temporalesche, delle otto che animavano i cieli friulani in quel momento, sono confluite sopra le nostre teste poco dopo mezzanotte e la scarica di energia che ne è derivata ha scatenato un terremoto. Detta così fa un po' paura, ma la sostanza è che unendosi le tre celle hanno dato vita ad un fulmine che toccando terra l'ha fatta tremare. Proprio come accade nei terremoti. Ovviamente l'episodio è durato pochissimo, non l'abbiamo avvertito e non ha provocato danni. Il sismografo sacilese, però, lo ha registrato e documentato. Forse non tutti sanno che a Sacile è in funzione una di queste apparecchiature, uno dei rarissimi misuratori della furia del mondo attivi nella nostra provincia (di privati forse ve ne sono due). Lo ha allestito e lo cura da anni Fiorenzo Camol.
L'ESPERTO Ma se il temporale di quella notte fu così potente, come mai non abbiamo avuto danni? «Sostanzialmente perché è mancato, per fortuna, il carburante: l'umidità. Se quella fosse stata più alta sarebbe stato un disastro». Insomma ci è andata bene. «Sì, direi proprio di sì». Ma la terra ha tremato? «Certo, ha tremato». Quindi quello che ha misurato l'ago è stato, come definirlo, un terremoto di superficie? «Si potrebbe dire così, ma non c'è alcun ago». Quello ce l'aveva il primo sismografo di Camol: «Quelli di oggi sono digitali, sul computer». A riprova, il classico tracciato da sismografo in questo caso è un frame, un'immagine prodotta dal software. Bene la tecnologia, ma la passione resta alle origini. «Quando la registrazione avveniva su tamburi di carta da 900 millimetri, c'era tutta una tecnica e dei calcoli per arrivare ad un'idea precisa di ciò che si era sentito. A me aveva insegnato come fare il professor Dario Slejko a Trieste». Uno dei massimi esperti italiani di pericolosità sismica. AUTODIDATTA Camol è un sismologo autodidatta. La sua formazione è però di tutto rispetto, ospite più volte negli anni all'Ingv di Roma, l'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Una passione, quella per i terremoti, nata da una grande paura. «Quando ci fu il sisma del 6 maggio 1976 io avevo 17 anni. La scossa mi bloccò dentro casa». Quindi un interesse che è nato da un trauma: «Sì esatto». Ma il suo sismografo è preciso? L'ha confrontato con altre macchine simili ufficiali? «Certo, è tra l'altro un'operazione necessaria, una forma di taratura». La taratura di cui parla Camol è una sorta di correzione. «Sì, perché ogni terreno risponde in maniera diversa, sulla base della sua composizione. Sabbia, roccia, acqua. Tutto influenza la risposta della stazione di rilevamento». La sua apparecchiatura quanti terremoti registra in un anno? «Ah, c'è solo l'imbarazzo della scelta, anche vicino a noi. In zone come Revine, Castelfranco Veneto, Valdobbiadene, l'Alpago, l'area del Garda, la zona di Barcis. C'è anche il Cansiglio, ma si fa sentire più raramente». Parliamo di scosse di intensità inavvertibile. «In Alpago, quando l'epicentro è intorno ai 10 km. di profondità, si arriva anche ad un grado e mezzo». I PRECEDENTI A conti fatti, siamo in una zona sismica. «Io avevo sentito parlare di terremoti già da mio papà che aveva passato quello del 36, epicentro nella zona del Cansiglio. Fece 19 morti. Lui la notte del 6 maggio non si mosse dal divano perché le travi sul soffitto non erano scivolate fuori dalle loro sedi sul muro, come avevano fatto nel 36 e quindi disse tranquillo che quel sisma non era roba nostra». 1936, 1976. «Uno anche nel 1873, zona di Caneva». Ma allora vien da dire che ogni 50 anni, 10 più 10 meno... «No, non possiamo ragionare per intervalli. Non funziona così e non è mai stato. Ogni sequenza è una storia a sé - per fortuna, verrebbe da aggiungere - Poi dobbiamo sempre ricordare che le misurazioni precise, gli studi dei terremoti sono recenti. Pochi decenni e quello che abbiamo è il buio più assoluto». Parola di Fiorenzo Camol, il sismologo di Sacile.







