"La mia impressione è che la politica, non solo in Italia, non abbia ancora elaborato un rapporto maturo, adeguato con questi mezzi di comunicazione", leggasi i social. Il copyright è del presidente Sergio Mattarella e per fortuna che in questo Paese ogni tanto si leva una voce di buonsenso. Il messaggio (chiarissimo) potrebbe essere girato e fatto leggere a una 'nuova' generazione di politici cosiddetti social-dipendenti, tutti quelli che volenti o nolenti invadono il nostro scroll quotidiano con almeno due o tre post al giorno, quando va bene, e magari non danno un'intervista a un giornalista - per carità! - dalla notte dei tempi. Tempo fa, a un dibattito, ho sentito teorizzare una nuova - e alquanto strana - forma di "rapporto diretto" tra politica e cittadini, il video (magari con sottotitoli), il post (ora anche con grafici e cartoncini esplicativi) o il messaggio sui social. E certo. D'altronde, c'è modo migliore per raccontare la (propria) verità ai cittadini senza che qualcuno, possibilmente informato a dovere (dicesi giornalista), faccia anche solo una mezza domanda o stabilisca un minimo di contraddittorio? Già, perché dietro alle opportunità offerte dai moderni mezzi di comunicazione c'è comunque un rischio - anzi, più di uno - per la società presa nella centrifuga dei minuti di un presente sempre più veloce, che fa a fette il confronto, si rifugia nelle tifoserie o negli slogan di facile consumo. Ed è sempre Mattarella a ricordarlo. "La tentazione di adoperarli come mezzi pervasivi di propaganda prevale sulla possibilità di farne veicoli di colloquio, di dialogo - dice il capo dello Stato -. Inoltre, la dimensione ristretta dei messaggi che possono essere collocati in quella sede accentua, negli operatori politici, la spinta all'assertività e alla radicalizzazione delle posizioni, più che la capacità di vederli come occasione di incontro. La propaganda a senso unico non è adatta al confronto, anzi ne rifugge". Applausi.