ROMA - Nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, l’epidemia di Ebola si intreccia con gli effetti del conflitto armato. Le testimonianze raccolte da ActionAid – organizzazione internazionale indipendente presente in 71 Paesi nel mondo, assieme alle comunità più discriminate, contro la povertà e l’ingiustizia – raccontano una popolazione già costretta a vivere in strutture sovraffollate, oggi alle prese con minori opportunità di lavoro, crescenti difficoltà nell’accesso al cibo e il rischio di contrarre un virus potenzialmente mortale.

La vicenda di Borive Goy. Che è madre di 11 figli e dal 2018, a causa del conflitto, vive nel campo per sfollati interni di Bukuja, racconta: “Da quando gli spostamenti sono limitati, abbiamo difficoltà ad accedere al cibo. Non andiamo più nei campi ogni giorno come facevamo prima. E le persone per cui lavoriamo evitano di darci lavoro per paura di essere contagiate. La preoccupazione più grande qui è la mancanza d’acqua. Abbiamo una sola cisterna e, per prendere l’acqua, dobbiamo svegliarci molto presto al mattino; anche se si trova proprio nel campo, non è sufficiente per tutte le famiglie che vivono qui”.

L’incubo dell’Ebola, dove manca acqua, igiene e scarse informazioni. La mancanza di risorse igieniche di base e la scarsità di fonti d’acqua nei campi stanno inoltre rendendo difficile il rispetto di protocolli come il lavaggio rigoroso delle mani. La situazione nei campi è aggravata dall’accesso limitato a informazioni essenziali sull’Ebola e alle cure mediche. Inoltre, la vicinanza degli alloggi nei campi non solo aumenta il rischio di contrarre il virus, ma espone anche le donne a rischi di protezione. “Spesso ho paura – conclude Borive - quando devo andare nei campi da sola, a causa dei casi di violenza di genere che le donne subiscono. E le nostre case qui sono molto vicine l’una all’altra; non c’è davvero privacy”