ROMA – Un mese fa scattava l'allarme per la nuova epidemia di Ebola. Fino ad oggi si contano 196 persone morte nella Repubblica Democratica del Congo e 2 in Uganda, con un bilancio complessivo che ha ormai raggiunto i 837 casi confermati in RDC e 19 in Uganda per il raro ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o cure. Cresce il timore tra le comunità, dove all'emergenza medica si unisce la barriera della sfiducia.

Non basta la clinica, ci vogliono soluzioni che partono dal basso. “Dobbiamo rispondere alle sfide umane, non solo a quelle cliniche, con soluzioni che partano dal basso”, dice Githinji Gitahi, direttore generale di Amref Health Africa. Intanto, lungo un confine attraversato ogni giorno da migliaia di persone, Amref presidia il fronte : “Distribuiamo carburante per i mezzi di soccorso, i nostri operatori fanno lo screening dei viaggiatori, svolgiamo attività di sensibilizzazione nei mercati e in altre aree affollate e formiamo i leader comunitari, anche nei campi rifugiati”, spiega il il responsabile del progetto di Amref Uganda, Emmanuel Ebitu. “Non possiamo abbassare la guardia: la prevenzione comunitaria è l'unica arma che abbiamo”.

L’epidemia ha le dimensioni del più grande focolaio mai registrato. L'epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e l'Uganda ha assunto le dimensioni del più grande focolaio mai registrato per il raro ceppo Bundibugyo. A rendere la situazione estremamente drammatica è il fatto che non esistono cure o vaccini approvati per questo specifico ceppo: la prevenzione, il tracciamento e l'isolamento dei casi sospetti sono gli unici strumenti disponibili per combatterlo. In questo scenario, l'altissima permeabilità delle zone di confine tra i due Paesi – un'area caratterizzata da continui flussi di persone, mercati transfrontalieri e legami familiari – accelera la pericolosità del virus nel travalicare le frontiere, trasformando un'emergenza locale in una minaccia sanitaria regionale difficile da contenere.