Il pluralismo dell’informazione è uno di quei beni comuni intangibili di cui si nutre la democrazia. Quando il servizio pubblico radiotelevisivo non lo rispetta come dovrebbe, viene meno la possibilità per i cittadini di formarsi un’opinione in modo corretto, che è essenziale invece per il funzionamento di una democrazia sana. Ma è mai esistita una Rai capace di fare proprio il principio del pluralismo dell’informazione? Secondo Piero Badaloni la risposta è si, è esistita anche se tra molte difficoltà, e le prove le possiamo trovare nel suo La Rai che ho vissuto (Le Piccole Pagine, 2026, Euro 16,00, pp. 259), libro in cui il giornalista ripercorre il suo lungo sodalizio con il servizio pubblico radiotelevisivo.
Entrato in Rai nel 1971 come redattore di rubriche religiose, Badaloni vi è rimasto fino al 2011. Quattro decenni in cui ha lavorato per il Tg1, ha realizzato programmi di approfondimento come Droga che fare (1982) e di intrattenimento come Uno-mattina (1986) e Piacere Raiuno (1989). È stato poi corrispondente della nostra Tv di Stato a Parigi, Bruxelles e infine Madrid. Quarant’anni in cui il popolare giornalista ha avuto spesso un osservatorio di prima fila su eventi epocali, dal rapimento Moro, alle stragi terroristiche e mafiose passando per i grandi scandali come la P2 per giungere alle inchieste di Mani Pulite e all’Italia di Prodi e Berlusconi.






