La Rai è, per dimensioni, risorse, patrimonio archivistico e capacità di diffusione, la più grande azienda culturale italiana. Nessun museo, nessuna università, nessuna fondazione raggiunge ogni giorno un numero di cittadini paragonabile a quello del servizio pubblico radiotelevisivo.

Proprio per questo il giudizio sulla sua linea editoriale attuale non può che essere severo.

Il problema della Rai non è la mancanza di mezzi. Non è la carenza di professionalità. Non è nemmeno l’assenza di una domanda culturale da parte del pubblico. Il problema è l’assenza di una visione all’altezza della funzione.

Ma prima di parlare di visione, bisogna parlare di struttura. Perché il declino non è cominciato con l’ultima governance, né con la precedente. È cominciato quando si è deciso di riformare l’organizzazione interna delle reti copiando, frettolosamente e senza la stessa cura, il modello dei generi adottato da France Télévisions.

La Rai aveva risolto il tema della differenziazione editoriale in modo anomalo rispetto al resto d’Europa. Le tre reti generaliste possedevano identità riconoscibili, linguaggi distinti, pubblici differenti. Non era necessariamente un modello virtuoso, e certamente era condizionato dagli equilibri politici del tempo. Tuttavia, consentiva ai cittadini di sapere cosa aspettarsi da ciascuna rete e permetteva la coesistenza di sensibilità culturali diverse all’interno del servizio pubblico.