La vicenda è esplosa da una dichiarazione tanto secca quanto dirompente nell’equilibrio geopolitico: il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che circa 500 aerei statunitensi avrebbero utilizzato basi in Italia per sostenere l’operazione “Epic Fury”.

La replica dell’esecutivo non si è fatta attendere. Il Ministero della Difesa ha definito tale ricostruzione “fallace”, fissando un perimetro invalicabile: dalle piste italiane sarebbero partiti esclusivamente voli di supporto logistico e tecnico, di natura “non cinetica”. In sintesi, nessun velivolo decollato dal nostro Paese avrebbe partecipato direttamente a missioni d’attacco.

Resta però sospesa la domanda che attraversa Sigonella, Aviano e le altre installazioni militari: chi verifica davvero la tipologia di questi 500 movimenti diretti verso i teatri operativi orientali?

Sul punto, il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, ha toccato il nervo scoperto della divergenza istituzionale. A suo giudizio, l’anello debole è rappresentato dai piani di volo, le cui indicazioni “potrebbero risultare troppo generiche o non corrispondere pienamente alla natura effettiva della missione”.

Non è in discussione la sovranità territoriale: le basi Usa in Italia ricadono a tutti gli effetti sotto giurisdizione italiana. La presenza americana è regolata da un impianto giuridico multilivello fondato sul Nato SOFA del 1951, sul Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 1954 e sul Shell Agreement del 1995. Tali intese delineano un “dual control”: l’infrastruttura è affidata a un comandante italiano, con accesso garantito a ogni area, mentre l’omologo statunitense esercita la direzione operativa su personale e mezzi della propria forza.