di Paola Natalimercoledì 24 giugno 20263' di letturaDa anni gli scienziati cercano nuove strategie per rallentare o contrastare il morbo di Alzheimer, la forma più comune di demenza al mondo. Nonostante l'arrivo di alcuni farmaci innovativi, i risultati ottenuti finora sono stati limitati e spesso accompagnati da effetti collaterali importanti. Per questo motivo cresce l'interesse verso approcci non invasivi che possano aiutare il cervello a difendersi dalla malattia.
Una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) ha esplorato una strada sorprendente: utilizzare semplici stimoli sonori a una frequenza di 40 hertz per influenzare i processi biologici coinvolti nell'Alzheimer.
Lo studio è stato condotto su nove scimmie rhesus anziane, animali particolarmente importanti per la ricerca perché il loro cervello presenta molte somiglianze con quello umano. Inoltre, con l'avanzare dell'età, anche queste scimmie possono sviluppare accumuli di proteine simili a quelli osservati nei pazienti affetti da Alzheimer. Ma perché proprio 40 hertz? Questa frequenza corrisponde alle cosiddette oscillazioni gamma, particolari attività elettriche che permettono a diverse aree del cervello di comunicare tra loro. Numerose ricerche hanno mostrato che nei pazienti con Alzheimer queste oscillazioni risultano alterate o ridotte. Negli ultimi anni alcuni esperimenti sui topi avevano suggerito che la stimolazione a 40 hertz, ottenuta attraverso luce o suoni pulsati, potesse favorire l'eliminazione delle proteine tossiche associate alla malattia, in particolare la beta-amiloide, che forma le caratteristiche placche presenti nel cervello dei pazienti.







