«La resa all’Iran allevierà i dolori da benzina di Trump?». Si può più o meno tradurre con queste parole la questione posta da Paul Krugman nella sua ultima riflessione pubblicata su Substack. Mentre il presidente americano, con un post sul social Truth che ha dell’eccezionale, se la prende per la prima volta con Big Oil - «Le grandi compagnie petrolifere non stanno abbassando i prezzi alla pompa in proporzione al drastico calo dei prezzi del petrolio che stanno pagando. I prezzi stanno crollando a picco! In altre parole, i consumatori vengono derubati. Ho dato istruzioni al Dipartimento di Giustizia di avviare immediatamente un'indagine. I prezzi della benzina devono assolutamente iniziare a scendere molto più velocemente di quanto stia accadendo! Presidente DJT» - il premio Nobel per l’Economia analizza i risvolti economici e politici del potenziale accordo di pace – da molti, soprattutto negli Usa, descritto come una vera e propria resa strategica – tra la Casa Bianca e l’Iran per porre fine alle ostilità nel Golfo Persico.

«La resa di Trump non ha nulla di misterioso: vuole a tutti i costi porre fine alla guerra perché sta pagando un prezzo politico molto alto a causa dei prezzi elevati della benzina, e mancano solo quattro mesi e mezzo alle elezioni di medio termine», scrive Krugman. L’annuncio della riapertura dello strategico Stretto di Hormuz è stato venduto alla stregua di un successo immediato in grado di ristabilire la normalità economica. Tuttavia, l’economista smonta questo ottimismo in chiave elettorale argomentando che i mercati energetici globali non rispondono a dinamiche immediate o a semplici annunci mediatici e che le speranze di un rapido sollievo economico per i consumatori americani sono destinate a essere brutalmente disattese.