di Jonathan Bazzi

Intervista con la giornalista che, da oltre 20 anni, è «il capitano» di «Chi l’ha visto?». «Pensavo di rimanerci un anno o due, poi ho capito che così posso aiutare di più: è bello prendere lo stipendio per dare una mano»

Ripubblichiamo questa intervista dell'agosto 2025, a firma di Jonathan Bazzi, in occasione della notizia dell'addio di Sciarelli a Chi l'ha visto?

La raggiungo al telefono mentre gira la Sicilia in bicicletta: le vacanze Federica Sciarelli le passa così. «Da piccola ho fatto atletica, mi ha reso resistente. La truccatrice si stupisce: “Come fai a essere lucida fino a notte fonda?”».

Ha preso la guida di Chi l’ha visto? più di vent’anni fa, e l’ha fatto suo, ampliando lo sguardo e i temi trattati. «Mi arrabbiavo quando sentivo dire: se scompaio non mi cercate. Se nessuno ti cerca vuol dire che nessuno ti vuole bene. Uno lascia un biglietto in cui scrive che non riesce a comprare i regali di Natale ai figli e si vuole andare a buttare di sotto: che fai, non lo cerchi? Io assorbo il dolore dei famigliari e lo trasformo in ostinazione».L’edizione di quest’anno?«La storia di Villa Pamphili ci ha sconvolto. La madre di Anastasia, in Siberia, era convinta che lei stesse con un bell’americano che lavorava nel cinema. La ragazza si faceva foto davanti a case meravigliose, invece vivevano per strada. Una vicina dei genitori, aggirando le censure russe, è riuscita a mettersi in contatto con noi. Aiutandoli coi documenti, siamo riusciti a farli venire in Italia».Anche il New York Times ha elogiato il vostro lavoro.«Nonostante le difficoltà abbiamo scoperto la tragica fine di Anastasia e Andromeda. Quest’uomo andava in giro ubriaco, con la bambina in evidente stato di maltrattamento, e non è stato fermato. Le segnalazioni c’erano: le forze dell’ordine avrebbero dovuto metterla in sicurezza».I femminicidi sono una costante.«Le donne subiscono, sperando che la situazione cambi. Ma, come dico, il primo schiaffo è uno schiaffo di troppo. Non c’è paura della pena: sanno che li aspetta il carcere, ma l’odio nei confronti delle donne è più forte. Le ragazze sono sempre più libere e intraprendenti. È come se questi uomini, incapaci di stare al passo, te la volessero far pagare».Le battaglie più importanti?«Siamo stati chiamati in Parlamento per il disegno di legge sugli scomparsi. Se vai a denunciare il furto di un motorino si fa subito: perché se a sparire è una persona devono farti aspettare 48 ore? Abbiamo insistito tanto su questo, come sull’incrocio del dna dei cadaveri non identificati e di chi è sparito. E continuiamo a dire di non parlare di allontanamento volontario: è successo anche con Giulia Cecchettin. Se si parte male con le ricerche poi è tutto in salita. Chi l’ha visto? è utile perché c’è tanto che ancora non funziona».Quando cambia la prospettiva?«Con Elisa Claps. Mi sono presa querele, articoli contro. Ma avevo studiato il caso ed ero certa che Danilo Restivo l’avesse uccisa. La andavano a cercare in Albania, Slovenia, dicevano di averla vista in un monastero. Chiesi il permesso alla madre e al fratello di iniziare a chiamarlo omicidio con occultamento di cadavere. Quando trovarono il corpo in chiesa, dopo diciassette anni, lo schema di pensiero finalmente è cambiato».Il fenomeno delle truffe romantiche?«Se qualcuno ti scrive: “Buongiorno principessa”, ti svegli meglio. Specie se tuo marito invece ti fa un grugnito ed esce. C’è solitudine e bisogno di affetto. Anche nei casi dei ragazzi che finiscono in dinamiche online sadiche. La vicenda di Andrea Prospero, lo studente ritrovato morto a Perugia, è inaccettabile: un diciottenne, che non aveva mai visto, l’ha guidato passo passo nel suicidio. I ragazzi si drogano coi medicinali per i malati terminali. Lasciano danni irreversibili: ci dicono che lo scomparso è schizofrenico e invece sono questi farmaci».Garlasco?«Persino quando porto giù il cane le persone mi chiedono che ne penso. Come mai avete quest’ossessione? Il caso è importante, può aprire tante porte, ma non è sano pensare dalla mattina alla sera agli omicidi. Prima c’erano la velina e il calciatore, oggi incontro solo gente che vuole fare il criminologo. Finito di lavorare, io chiudo tutto e vado sui pattini».Nonostante i temi, il registro della trasmissione è dinamico.«Incontro i parenti prima della diretta: sono a pezzi, ma riesco sempre a strappargli una risata. Perché, come dico: uno deve comunque vivere. Oggi le persone non riescono a essere leggere. Anche nelle relazioni di coppia. Per natura io vedo il bicchiere mezzo pieno, credo di averlo preso dai miei genitori».Si sono separati che lei aveva otto anni.«Ma senza drammi. Mio padre avvocato dello Stato, mia madre di origini nobili. Napoletani, cattolici, di destra. Io invece, di sinistra e pacifista, andavo a tutte le manifestazioni».Il giornalismo?«Arrivato per caso. Dopo una borsa di studio, in Rai l’assunzione non c’è stata. Non avevo raccomandazioni politiche. Ho ripiegato su un concorso per l’ufficio informazioni del Senato. Otto anni utili ma una noia mortale. Quando si è aperta la possibilità del praticantato mio padre era contrario: “Vuoi lasciare un posto d’oro per fare il giullare?”. Gli dissi: “Sono scelte difficili, sei fai così sto peggio”».Ha funzionato?«Il giorno dopo richiamò: “Non ti preoccupare: se va male vieni qui e facciamo le passeggiate”».Una carriera in un mondo maschile.«Al Tg3, Sandro Curzi, il mio maestro, mi stimava, ma gli dicevo: “Tu, per le dirette parlamentari da Montecitorio, preferisci un analfabeta uomo che una donna”. La spuntai: da inviata politica giravo il mondo coi presidenti. Avevo sempre due valigie pronte, per l’estate e per l’inverno. Ai tempi del primo Berlusconi, fui io a farlo parlare di “teatrino della politica”. Aveva avvisato che non avrebbe risposto a domande di politica interna. Tutta sorridente, gliel’ho fatta lo stesso: il giorno dopo tutte le prime pagine erano su quello. Ho sempre cercato di dimostrare che una donna può essere sveglia quanto e più di un uomo».La proposta di passare a Chi l’ha visto?«Accettai pensando di rimanerci un anno o due. Poi ho capito che, da qui, potevo aiutare di più. È bello prendere lo stipendio per dare una mano agli altri».Che rapporto ha con la sua immagine?«Nasco timida, mi sono dovuta forzare per andare in video. Ora è come se stessi a casa. Al look non penso: sempre in jeans, non amo i gioielli. Un attimo prima di entrare in studio sono ancora lì che lavoro. La costumista mi rincorre: “Almeno le scarpe da tennis, levatele”. Mia sorella dice: “Federica, te sembra che eri a fare i piatti fino a due minuti prima”».Interviste ne rilascia poche.«Finiscono sempre a chiedermi della vita privata. Quando ero incinta, e avevo i fotografi sotto casa, impazzivo. Non ho niente da nascondere, ma avere uno appresso non mi piace. Quando è capitato, diciamo che mi sono difesa».La responsabilità del programma è sua.«In redazione mi chiamano “il capitano”. Sono l’autore di me stessa: scelgo i casi da approfondire, le piste su cui insistere. Agli inviati dico di fare domande su domande, così becchi la contraddizione. Alle riunioni del Tg3 partecipavano tutti: sembravano collettivi politici. Lo stesso faccio oggi. E se qualcuno ha un modo di parlare insolito, o un accento diverso, per me è un valore aggiunto».Una settimana tipo?«Dalla domenica al mercoledì sto al montaggio. Studio il caso usando il nostro archivio e i materiali che mandano gli inviati. Monto, rimonto, mi scrivo i lanci e i confronti che manderò in puntata. Per questo poi vado a braccio. Il mercoledì, finita la puntata, da mezzanotte in poi scendono anche i centralinisti. Ci rilassiamo parlando di quello che è successo. Poi il giovedì mattina facciamo la riunione importante, e si riparte».Siete attivi anche durante le vacanze.«Facciamo i turni: ho voluto che Chi l’ha visto? non chiudesse mai del tutto. Sennò uno, che già ha la disgrazia di scomparire, se sparisce in estate è disgraziato due volte. C’è tutto un lavoro di aiuto che non va in video. Sugli scomparsi il nostro sito è il principale punto di riferimento, anche per le forze dell’ordine. Tante volte i famigliari dicono di voler prendere l’investigatore privato, gli diciamo: “Guardate, ci siamo noi gratis”».Lo share è solido.«Più siamo visti e più c’è la possibilità di riportare a casa la gente. È diverso se l’appello lo fai a un milione o a due milioni di persone. I nostri telespettatori sono telecamere disseminate ovunque. C’è chi scende in pigiama se sente che, in zona, è sparito qualcuno. Per questo metto un servizio popolare e, subito dopo, parlo di uno sconosciuto. Così che l’efficienza sia massima».Nel corso degli anni sono nate imitazioni.«Noi siamo un programma sul sociale, non di cronaca. Quello che ci differenzia è che siamo asciutti: non invitiamo esperti, non si chiacchiera. Ci sono io coi parenti. E non c’è neanche il contraddittorio, a meno che qualcuno non provochi. Ali Agca s’era messo a dire che avrebbe riportato a casa Emanuela Orlandi: gli ho detto che erano buffonate».Uno dei casi con un ruolo opaco della Chiesa. «Non sappiamo cos’è successo, e non possiamo accusare, ma Emanuela Orlandi era una cittadina vaticana. Doveva essere il Vaticano a prendere in mano la situazione, aprendo un’inchiesta. Non è stato fatto».Si arriverà a capire la verità?«L’unica è che qualcuno decida di liberarsi la coscienza. Quando guardo in camera e dico: “Attenzione, che c’è l’inferno”, è per questo. Per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. A volte neanche le informazioni minime vengono fornite. Nel caso di Cristina Golinucci, la ragazza scomparsa dal convento, il padre spirituale non ha detto che lì c’era uno stupratore».C’è ancora qualcosa che la stupisce?«Mi stupisco tantissimo e mi arrabbio. Come per Marzia Capezzuti, la ventinovenne ridotta in schiavitù, picchiata e torturata per mesi da un’intera famiglia. O, appunto, Villa Pamphili. Proprio perché mi indigno spero scatti negli altri qualcosa di simile. Abituarsi al male è la vera sconfitta: anche quando le cose vanno nel modo peggiore c’è spazio per rendersi utili. La giustizia sta anche nelle piccole cose».