“È un gesto di straordinaria generosità perché rivolto a favore di persone che non si conoscono. Ma contiene al suo interno, paradossalmente, anche una sfumatura di egoismo. Sì, perché chi dona è il primo ad ‘arricchirsi’. Riceve, infatti, delle emozioni intense, inaspettate, gratificanti, che difficilmente sperimenta in altro modo”. Simonetta Schillaci, è vicepresidente esecutivo di Fondo Filantropico italiano, e la sua definizione di filantropia rappresenta l’inizio di una conversazione che aiuta a capire meglio come funziona questo settore in Italia.
Ed è bene ammettere subito che in Italia non siamo in cima alle classifiche quando si parla di generosità. “Esiste una grande ricchezza privata nel nostro Paese, quasi seimila miliardi di euro detenuti dalle famiglie, ma un atteggiamento molto prudente nei confronti delle donazioni – conferma Schillaci –. Soprattutto rispetto agli altri Paesi europei. E l’aspetto curioso riguarda il fatto che, in termini percentuali, a donare meno sono coloro che dispongono dei patrimoni più elevati”. I motivi sono diversi. Il più interessante, forse, è “la mancanza di una cultura della ‘restituzione’. Nel mondo anglosassone è quasi un automatismo: se ho avuto successo, restituisco. Ad esempio, attraverso donazioni alla stessa università che mi ha dato modo di diventare ciò che sono”.








