Dalla prima Gilded Age alla nuova stagione dei grandi donatori, la filantropia cambia forma. Meno fondazioni “costruite” dai magnati, più sostegno a istituzioni esistenti. Ma il nodo resta lo stesso: trasformare ricchezza privata, competenze e visione in valore pubblico duraturo

In un articolo pubblicato sulla Stanford Social Innovation Review, Sarah Cone, la fondatrice di Social Impact Capital, evidenzia come la filantropia contemporanea, a differenza di quanto accaduto in passato, tenda a delegare ad organizzazioni terze attività di responsabilità piuttosto che impegnarsi direttamente nella costruzione di musei, università o biblioteche.

L’autrice sostiene che questa modalità riduca i potenziali benefici sociali, perché l’apporto reale non dovrebbe essere soltanto monetario, ma anche di condivisione delle proprie capacità manageriali, della visione, delle relazioni, e di tutte quelle condizioni che hanno determinato il successo di tali persone.

Nel suo articolo, Cone mostra una grande conoscenza del fenomeno filantropico, concentrando la propria attenzione sui grandi “donors”, comparando i protagonisti della prima “gilded age” con le nostre Elite contemporanee.

La stessa espressione “gilded age”, che in italiano viene tradotta come età dell’oro, merita forse un approfondimento: nella versione italianizzata, infatti, l’età dell’oro pare richiamare un mito ricorrente nella storia dell’umanità, che con una qualche analogia con l’eden cattolico, attribuisce ad un momento non meglio identificato della storia della nostra specie una condizione di benessere, da allora dismesso.