di Rossano DonniniSASSUOLOUno dei momenti più drammatici del calcio è quando un giocatore dopo un contrasto rimane a terra, incapace di alzarsi perché la sua gamba si è fratturata. In un silenzio quasi spettrale si odono distintamente le urla di dolore dell’infortunato, si notano la disperazione dei compagni e degli avversari, lo sconcerto degli spettatori che poi accompagnano con sinceri applausi d’incoraggiamento l’uscita dal campo in barella dello sfortunato protagonista.
Fra le fratture più frequenti c’è quella doppia della tibia e del perone, capitata nel Mondiale 2026 al canadese Ismael Koné (24 anni), centrocampista rivelazione del Sassuolo, lo scorso 18 giugno a Vancouver durante Canada-Qatar vinta 6-0 dai ’Canucks’, al primo successo nella storia della competizione iridata. I tempi di recupero per un ritorno completo all’attività dopo una frattura di tibia e perone variano da 6 a 12 mesi a seconda della gravità. Diversi i precedenti illustri.
Bruno Mora (classe 1937), ala destra del Milan e dell’Italia con 21 presenze e 4 reti, già vincitore di uno scudetto con la Juventus e della Coppa dei Campioni in rossonero, il 12 dicembre 1965 a Bologna in un duro impatto con il portiere Giuseppe Spallazzi riportò la frattura scomposta della di tibia e perone. Ritornò in campo dopo 10 mesi ma senza la stessa efficacia.















