Quando l’auto è uscita dall’obitorio di Bunia, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), sulla strada verso Mongbwalu la calura mattutina si faceva già sentire.
In una bara di legno sistemata sul retro di un vecchio suv della Nissan con i sedili posteriori abbassati, c’era il corpo di un predicatore congolese di 44 anni. Un gruppo di giovani familiari dell’uomo erano stipati a loro volta nell’auto, seduti sulla bara.
Generalmente il tragitto, che attraversa parte della provincia dell’Ituri, dura circa tre ore, un po’ di più se le strade di terra battuta sono asciutte e piene di buche come in quel giorno di inizio febbraio. Il veicolo sobbalzava con violenza, alzando la polvere sulle buche, le pietre e i canali di scolo scavati nella terra rossa.
All’arrivo a Mongbwalu, il feretro si era rotto, collassando sotto il peso delle persone sedute sopra.
Questo è uno degli eventi presi in esame dagli investigatori che stanno cercando il “paziente zero”, il primo contagio, dell’epidemia di ebola che sta imperversando nell’Rdc. Lo dicono quattro esperti della squadra incaricata dal ministero della salute congolese di svolgere le ricerche.








