Da solo un virus non va lontano, è quasi sempre il contesto a renderlo innocuo o letale. Come l’hantavirus sfrutta i corridoi angusti di una nave per diffondersi, il più temibile ebolavirus «Bundibugyo» prospera negli ambienti maldirotti e violenti come la provincia congolese di Ituri. Quello che è successo all’ospedale di Rwampara, nei pressi del capoluogo provinciale Bunia, lo dimostra bene. L’ospedale è uno degli epicentri del focolaio e lì giovedì è morto un uomo di 24 anni, figlio di un soldato. Al rifiuto dei medici di consegnare la salma per evitare altri contagi durante le esequie, i familiari hanno assaltato la struttura, appiccando un incendio e danneggiando le ambulanze. Ieri le autorità di Bunia hanno dovuto vietare tutti i funerali, incaricando delle sepolture i tecnici della Croce Rossa fino a nuovo ordine.

Torna lo spettro di attacchi contro operatori sanitari e ospedali che a centinaia costellarono la peggiore epidemia di Ebola del 2014-2016, oltre undicimila morti in Africa occidentale. L’ostilità della popolazione contro le misure di prevenzione fu tra i principali fattori di diffusione del virus: a ogni attacco armato le strutture sanitarie locali chiudono, il virus accelera e spinge le istituzioni a misure ancora più drastiche, che alimentano il malcontento e le teorie negazioniste, riavviando così il circolo vizioso. Nell’Ituri, dove una guerra civile a intensità variabile non si è mai conclusa e le armi non mancano, incidenti del genere possono ripetersi a ritmo quotidiano.