La Repubblica democratica del Congo è costretta alle corde dalla diciasettesima epidemia di Ebola nel Paese dove il virus è stato isolato per la prima volta in assoluto nel 1976. Le cifre ufficiali parlano di almeno 600 casi con 139 decessi, anche se la sensazione è che la portata dell’infezione sia notevolmente maggiore, complice il fatto che la pancia profonda della società nega la stessa esistenza del patogeno.

In questo scenario, segnato anche da devastazioni di centri medici ad opera di gruppi negazionisti, l’Organizzazione mondiale della sanità si è decisa ad alzare l’allerta pandemica ai massimi livelli, mentre il sistema sanitario locale fatica a fronteggiare l’emergenza. I tagli effettuati dagli Stati Uniti agli aiuti esteri destinati ai programmi sanitari e di sviluppo nei territori più vulnerabili sono una delle cause principali delle difficoltà nel gestire sul campo l’infezione. Ma qualcosa sembra stia cambiando a Washington. Non tanto e non solo per mero spirito umanitario. Dopo la notizia che un medico statunitense positivo all’Ebola in Congo si trova attualmente ricoverato in Germania, il dipartimento di Stato Usa ha annunciato lo stanziamento di 13 milioni di dollari per sostenere gli sforzi di risposta immediata. Soldi che si andrebbero ad aggiungere ai 15 milioni di euro messi in campo dalla Ue. "L’epidemia di Ebola nel Paes africano si sta diffondendo rapidamente, stiamo rivedendo la valutazione del rischio: è molto elevato a livello nazionale, elevato a livello regionale e basso a livello globale", spiega il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.