VITTORIO VENETO Performer e cantante, è divenuto celebre con l'appellativo di "artista del popolo" all'interno dei CCCP - Fedeli alla linea, band tra le più influenti nell'Italia degli anni Ottanta tornata sulle scene due anni fa con il suo rivoluzionario punk filosovietico imbevuto di pianura padana. Danilo Fatur è fra i protagonisti della terza e ultima serata del WP Festival di Vittorio Veneto, al Parco Dan da giovedì a sabato. Sabato sera, prima dei pordenonesi Sick Tamburo, Fatur incendierà il palco fra non sense, tribalismo cyber, cabaret post-moderno e radicalismo elettro-punk carico di riferimenti al magma della controcultura del punk '77 e degli eighties.

Danilo Fatur, l'artista del popolo dei CCCP. Si sente ancora tale, come negli anni Ottanta?«Io rimango un artista del popolo, quindi quello che faccio ha sempre un'impronta molto popolare, non riesco a fare il raffinato. Avrò delle maschere che cambierò tra un pezzo e l'altro, degli oggetti, dei pezzi di macchina, come al solito, a seconda delle tematiche che affronto nei brani: rimane sempre quel cabaret da artista del popolo».Che spettacolo farà al WP Festival?«Molto teatrale. È una tappa dell'UfoGufo tour ed è materiale electro wave, electro punk, fatto negli anni con Olga Dischi Volanti di Modena: quasi tutto il repertorio è quello lì, quindi elettronica, un po' di punk, un po' di wave, ma anche un paio di brani dei CCCP, "Vota Fatur" e "Spara Yuri", sempre in una versione un po' electro».Da chi sarà accompagnato?«Con me, a dare un po' di aggressività alla situazione, c'è Giuliano Billi, un chitarrista con cui avevo dato vita nel 2019 a una band electro punk, Zona Utopica Garantita. Abbiamo già fatto una decina di date nei club, siamo emozionati di portare il live a Vittorio Veneto».Nella sua biografia "Io Fatur. La vodka bona più non c'è", scrive: "Ero già un punk quando stavo con mia mamma, in una vecchia casa senza luce e acqua". Cosa vuol dire essere punk?«Avere problemi sociali, essere un po' disadattato, sentirti un po' messo da parte, sin da bambino, perché mia madre era una esule istriana e Fatur non era un cognome classico emiliano. Essere punk è un'attitudine. Poi quello dell'epoca era il punk '77, quello dei Sex Pistols, dei Clash, dei Damned. C'era un grande fermento, io abitavo a Carpi, studiavo dai preti, la musica ha rappresentato da subito una possibilità di riscatto sociale».Ha ricevuto una forte educazione cattolica e ha scritto che nei CCCP il suo ruolo di perfomer e ballerino era una specie di chierichetto che serviva don Giovanni Lindo Ferretti. Una sorta di traslazione nel segno dell'arte?«Ciò che mi colpì dei CCCP è che facevano "Stati di agitazione" in cui io tremavo sul palco come un ossesso e subito dopo Ferretti intonava "Libera me domine". Quello che mi aveva preso era anche questo lato di profondo cristianesimo, di liturgia, che poi è diventata la qualità di Giovanni negli ultimi vent'anni».Quando è stato il vostro primo incontro?«Mi videro durante uno striptease al Tuwat, il circolo dove lavoravo come barista e dove mi ero inventato di fare lo spogliarellista con il nome di José Lopez Macho Frascuelo e m'ingaggiarono subito. Sul palco ero quasi sempre mezzo nudo o con camicie militari, catene, cerchioni di auto, anfibi. Provocavo».Il tour della réunion di due anni fa è stata la consacrazione. E il vostro messaggio è arrivato diretto anche alle nuove generazioni, che hanno affollato i concerti.«Il disagio giovanile che c'è oggi c'era anche negli anni Ottanta. Giovanni Lindo Ferretti che ha fatto l'operatore psichiatrico per 5 anni ha vissuto profondamente questo disagio. Se un giovane di oggi sente canzoni come "Curami" e "Io sto bene" non può che riconoscersi. Vedere coinvolta ai nostri concerti così tanta gente di generazioni diverse è stato travolgente».TriesteLovesJazz, due mesi all'insegna della musica. Con un concerto all'alba al Molo Audace e uno per l'eclissi di sole. Il programma