Se lo dice da solo, Tiziano Ferro, come un esorcismo, come il mantra di chi sa che cosa vuol dire essere denigrato: «Sono un grande». E i quarantamila del Maradona gli rispondono subito a tono, intonando con lui: «Ingoiavamo cemento prima di dormire/ e nel timore di restare soli/ non dicevamo una parola». Ma stanotte nessuno si sente solo nello stadio: non il cantante, che sta celebrano i suoi primi 25 anni di carriera - era il 2001, proprio di questi tempi, quando «Xdono» rivelò alle radio la voce e il talento del ragazzo di Latina - non gli spettatori.

Il ragazzo è cresciuto, ha visto il bene e il male, ha cantato in mezzo mondo, è diventato marito, padre, è tornato single. Lo show affida agli imponenti schermi digitali il racconto visivo, ma a dominare è la voce di Tiz, che sfida il caldo e la fatica di oltre trenta brani in scaletta. Se nel 2023 a Napoli volle Massimo Ranieri al suo fianco, anche stavolta qui ha scelto una voce verace. Sal Da Vinci è atterrato con un volo da New York all’ora di pranzo, ha appena fatto in tempo per le prove del doppio duetto, assolutamente inedito: «Il regalo mio più grande» e poi, naturalmente, «Per sempre sì». Il boato del campo intitolato al D10s del calcio accoglie il vincitore di Sanremo, presentato come «il nuovo re di Napoli», con il calore di un ritorno a casa, in attesa dei tre concerti di settembre (25, 26, 279 all’Arena Flegrea, poi l’affetto è tutto per il protagonista, Ferro caldo, anzi bollente, vista la temperatura che bottigliette d’acqua e litri di birra non riescono ad attutire nemmeno a notte ormai fonda. «La differenza tra me e te», «Hai delle isole negli occhi», «Sere nere», «Ed ero contentissimo», «Stop! Dimentica», «Alla mia età», «Rosso relativo» fanno schizzare l’applausometro al massimo del gradimento, ricordando come una calda vocalità ed una scrittura moderna capace di tenere insieme la lezione melodica con le nuance del nu soul abbiano cambiato faccia al pop mainstream italiano, aprendo la strada a quello che poi sarebbe diventato lo stile urban. «E Raffaella è mia», inno alla Carrà, è l’apoteosi del ballo, con Tiziano che si diverte, che cerca di rompere il rito del fronte del palco replicando l’atmosfera di una festa, di un pride. Ma è «X dono» a ribadire che ci fa lui qui, stanotte, e perché è stato accolto da 40.000 cuori in sintonia con il suo: «Xdono» teneva insieme bianco e nero, black and white, nel solco di quello che avevano fatto, ognuno alla sua maniera, gli Showmen, Lucio Battisti, Pino Daniele... E lo faceva con voce baritonale, non usuale nell’italico mainstream, tantomeno se di tendenza soul e r’n’b, con potenza nei bassi, vibrato espressivo, tono caldo e vellutato, acuti taglienti, falsetti mai fine a sè stessi. Il caldo e gli stadi non sono l’ideale per mettere in luce un simile campionario, ma l’ugola di Ferro regge bene, nonostante le accuse dei leoni da tastiera, sempre pronti a giudicare ore di concerto da un’imprecisione captata da un videino mal registrato. L’incipit di «Sono un grande» alla fine si spiega ancora meglio, è il suo modo di dire «I will survive», di uscire dal tunnel dell’intontimento seguito al divorzio da Victor Allen etc. etc. Non è una maniera di mostrare i muscoli, di fingersi invincibili - ci mancherebbe che l’ex bullizzato si trasformasse in bulletto - ma una maniera per rimettersi in pista, in corsa, per trovare il riscatto e ricominciare a sentirsi a proprio agio grazie al suo gioco, il gioco della musica. Grazie anche alla complicità della band guidata da Luca Scarpa, con Gary Novak alla batteria, Tim Lefebvre al basso, Corey Sanchez alla chitarra, Davide Tagliapietra alla chitarra, Gianluca Ballarin alle tastiere e Alessandro Orefice al piano. E del corpo di danza capitanato dal coreografo Carlo Kamizele.