Nervi tesi alla Philip Morris di Bologna. I sindacati attaccano la multinazionale del tabacco: ‘Qui state ridimensionando. Non investite né sui prodotti né sul personale’. La replica: ‘E’ tutto falso’. Si vedrà. Ma intanto sono state proclamate sedici ore di sciopero e assemblee con i dipendenti. Il timore è appunto che il colosso delle sigarette progressivamente dia più importanza ad altri siti, anche europei, e via via perda interesse per la fabbrica bolognese. Il primo passo sarebbe il dirottamente all’estero della sperimentazione di nuovi prodotti. Eppure, quando dieci anni fa la Philip Morris annunciò i maxi-investimenti su Bologna, le premesse erano diverse. Intanto, istituzioni e politica esultarono, anche a livello nazionale, celebrando giustamente Bologna e l’Emilia-Romagna come territorio attrattivo per le imprese. Bene, la multinazionale qui ha portato quasi un miliardo e mezzo di risorse e tremila posti di lavoro, ma i segnali che arrivano non vanno sottovalutati. Speriamo che tutto si ricomponga, ma certamente pare che lo stabilimento emiliano abbia perso peso nei confronti di altri all’interno della geografia aziendale. Il perché non è chiaro, ma questo si somma ad altre pesanti crisi che stanno investendo il territorio, da quella Electrolux alla Yoox, passando per la Gambro-Vantive, simbolo del biomedicale. Le difficioltà, insomma, ci sono e va bene continuare a dire che l’Emilia-Romagna è una delle locomotive dell’economia italiana. Ma fino a quando? Capiamo, quindi, dove si vuole andare e soprattutto come rendere più attrattivo un territorio che ha serie problemi di infrastrutture – ad esempio nel nodo di Bologna – sia sotto il profilo stradale che in quello ferroviario, senza contare come lo scalo aeroportuale del capoluogo regionale sia ancora non all’altezza (Ryanair è molto critica sull’infrastruttura). Non è ancora tardi, però chi governa deve rendersi conto del problema e rilanciare una seria politica industriale che guardi avanti. Cullarsi sugli allori non serve.