Quando la strategia lascia il posto alla paranoia
Andrea Molle
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C’è un momento nella parabola di molti leader carismatici in cui il confine tra nemici e alleati scompare e la strategia lascia il posto alla paranoia. Donald Trump sembra esservi entrato pienamente. L’attacco a Giorgia Meloni non è soltanto l’ennesima polemica personale. È il sintomo di una trasformazione più profonda. Chi fino a ieri rappresentava uno dei suoi interlocutori più affidabili in Europa viene improvvisamente trattato come un avversario. Non importa la lealtà dimostrata in passato. Anzi, nella logica del leader che vive ogni dissenso come un tradimento, la fedeltà finisce quasi per diventare una colpa.
Meloni, piaccia o meno, aveva investito molto nel rapporto con Trump. Spesso era stata criticata persino all’interno del suo stesso campo per aver mantenuto un atteggiamento considerato troppo accomodante nei confronti del Presidente americano, anche quando questi assumeva posizioni giudicate eccessivamente indulgenti verso alcuni dei principali avversari strategici dell’Occidente. Aveva scelto il dialogo anziché lo scontro, convinta che un canale privilegiato con Washington fosse nell’interesse italiano. In cambio riceve oggi sospetti, accuse e delegittimazione. La storia offre molti esempi di questa dinamica. La personalizzazione estrema del potere, l’incapacità di riconoscere i propri errori e il bisogno continuo di individuare nuovi bersagli su cui scaricare le responsabilità o usare come distrazione. Ogni volta che la realtà mette in discussione la narrazione del leader, compare immediatamente un nuovo conflitto personale capace di monopolizzare il dibattito pubblico. È diventato il vero metodo politico di Trump. Anziché discutere degli errori madornali commessi nella gestione della crisi iraniana, delle aspettative disattese, della confusione strategica che ha caratterizzato l’intera vicenda o delle conseguenze per la credibilità americana, il dibattito si concentra sull’ennesimo scontro personale. La politica estera lascia il posto allo spettacolo. Le conseguenze, però, sono tutt’altro che teatrali.













