Arriva il momento in cui un leader carismatico smette di distinguere gli avversari dagli alleati. È il momento in cui la paranoia politica prende il posto della strategia e Donald Trump sembra esserci già arrivato. L'ennesimo attacco, questa volta contro Giorgia Meloni, è solo l'ultimo episodio di una dinamica ormai evidente. Invece di lavorare per consolidare il fronte occidentale, Trump preferisce colpire chi, fino a ieri, rappresentava uno dei suoi interlocutori più affidabili in Europa.

Il Presidente del Consiglio italiano, nonostante le differenze con Washington, ha quasi sempre assunto posizioni che molti suoi critici le hanno rimproverato come eccessivamente concilianti verso Trump. Ha evitato lo scontro diretto, ha cercato di mantenere aperto il dialogo, ha investito capitale politico nella convinzione che un rapporto privilegiato con il leader repubblicano fosse nell'interesse dell'Italia. In cambio riceve oggi accuse, sospetti e delegittimazione. Ma questo è il paradosso del trumpismo: la lealtà non viene premiata, viene considerata un segno di debolezza. La storia offre esempi di leader che, una volta consolidato il potere, hanno iniziato a vedere nemici ovunque, fino a rivolgere la propria aggressività contro gli stessi alleati. La paranoia politica non è necessariamente una patologia clinica, ma è comunque un modo di esercitare il potere in cui la lealtà non è mai sufficiente e ogni dissenso viene interpretato come tradimento. È difficile non pensare a Stalin, che dopo aver sconfitto i veri avversari diede avvio alle Grandi Purghe eliminando molti dei suoi più fedeli collaboratori, convinto che ogni critica nascondesse una congiura. Oppure a Richard Nixon, il cui secondo mandato fu dominato da un crescente senso di accerchiamento, culminato nel Watergate: più che i nemici, finirono per ossessionarlo i presunti traditori interni. Persino Benito Mussolini, negli ultimi anni del regime, sviluppò una crescente diffidenza verso gerarchi e collaboratori, attribuendo gli insuccessi militari e politici a complotti e slealtà anziché ai propri errori. Naturalmente Trump non è Stalin, né Nixon, né Mussolini. La storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma il meccanismo politico appare sorprendentemente simile.